PEZZI DI DADAS XIV
Dritto
Lina Ianniti – Dadas#2
L’epidemia
Zuan Brunetti – Dadas#2
Carlo Vanzani chiude la chiamata, appoggia il cellulare sulla scrivania in modo da non fare rumore – l’ufficio che condivide con i colleghi ha un’acustica tremenda che fa rimbombare anche i sussurri, a Carlo dà fastidio quando lo fanno gli altri, non vede perché dovrebbe permettersi di farlo lui.
Si toglie gli occhiali, stropiccia a lungo le palpebre e li inforca nuovamente, accompagnando il movimento con un colpo di tosse che lui sa avere intento esplicitamente polemico: tanta è la frustrazione che si concede di condividere con il mondo.
Sa che il suo mercoledì pomeriggio è rovinato. Ne ha avuto certezza quando ha preso la chiamata e ha sentito la voce del maresciallo Nitti del comando dei carabinieri, che richiedeva la sua presenza.
Pretendeva, più che richiedere. “La aspetto qui entro un’ora, non più tardi”, ha detto il maresciallo, come se si rivolgesse a un qualunque appuntato.
Lui è uno psichiatra forense, non è un militare, ma sa che il Maresciallo si comporterà con lui come se il suo stipendio venisse pagato dalle Forze dell’Ordine, come non manca mai di fare.
Carlo lascia l’ufficio, prende l’auto, attraversa la città. Il traffico del centro non gli lascia tregua. Ai semafori fa respiri profondi. Anche quando un SUV gli taglia la strada in una rotonda, si impone di ricordare che non può controllare gli eventi, può controllare la sua reazione agli eventi. La rabbia è una reazione negativa di cui non ha bisogno.
Arriva al comando dei Carabinieri dopo trenta minuti, parcheggia l’auto, entra nell’edificio.
Le foto di uomini in divisa, i gagliardetti, gli stemmi appesi alle pareti sono gli unici elementi che distinguono l’ambiente da qualsiasi altro ufficio statale. Raggiunge il terzo piano.
«Dottor Vanzani? Buongiorno. Il maresciallo la aspetta in saletta.»
Luca è l’appuntato del maresciallo e Carlo si ricorda che esiste al mondo una persona che ha a che fare con Nitti ogni giorno. Si dice che lui se la cava con qualche ora alla settimana.
Può farcela. Si tratta di avere pazienza.
Con un andamento appena un po’ più baldanzoso e il mento appena un po’ più alto si dirige verso le salette: chiamano così le stanze dove tengono le persone in stato di arresto. Con buona probabilità dovrà valutare lo stato di salute di qualcuno e dare un’opinione professionale.
Segue Luca e raggiungono il maresciallo, che gli riserva l’accoglienza che si aspetta.
«Vanzani! Se l’è presa comoda, sì?» sbotta, picchiettando l’orologio da polso.
Risponde con tutto il garbo che riesce a raccogliere, gli riesce persino di deformare la bocca in una bozza di sorriso. «Beh, si era detto entro un’ora…» risponde.
«Appunto, non perdiamo tempo. Si faccia spiegare la situazione da Luca.» taglia corto il maresciallo. «Ah, e ho bisogno della perizia entro venerdì.»
Glielo dice come se nulla fosse, mentre si sta girando per andarsene, con la consapevolezza – perchè non c’è possibilità che non lo sappia – che non ha senso chiedergli una perizia a due giorni di distanza, significa che dovrebbe lasciar perdere tutto il resto e fare solo quella, probabilmente la notte.
«Per venerdì sarà difficile. Al limite posso lavorarci nel weekend e farle avere tutto lunedì.»
«Poche storie, Vanzani. Siamo qui per lavorare, noi.»
Il maresciallo se ne va, l’appuntato tiene lo sguardo a terra, Carlo pensa che al suo posto si vergognerebbe anche lui, si chiede se faccia terapia. Se non lo fa, dovrebbe.
«Ma come mai questa urgenza?» gli chiede.
L’appuntato lo guarda, cerca di formulare un mezzo sorriso, alza le spalle.
Gino Lombardo ha cinquantatré anni, ha una moglie e un figlio, non ha precedenti, non ha una storia clinica degna di nota.
Lavora come impiegato in una grossa azienda di macchinari agricoli. Sulla carta ci lavora ancora, ma si aspetta che il rapporto lavorativo verrà interrotto molto presto: qualche ora prima ha aggredito un collega.
Legge il rapporto due volte, gli sembra di aver perso un passaggio.
«Quindi si è costituito subito dopo il fatto?» chiede a Luca, in piedi vicino a lui.
«Esatto.»
«Però qui dice che era in stato confusionale.»
«Dottore, ci ha detto che gli si è addormentato il senso civico.»
Carlo entra nella stanza e si ritrova addosso lo sguardo nervoso dell’uomo. Ansioso, più che nervoso. Gli sembra che non vedesse l’ora di vederlo arrivare, il che è insolito: solitamente il suo ingresso viene accolto con fastidio. Insofferenza, quanto meno. L’insofferenza sa gestirla.
L’uomo porta dei jeans e una polo con il logo dell’azienda. Ha il viso squadrato, la pelle lucida, gli dà la sensazione di un contadino ripulito.
Si scambiano i convenevoli di rito, Carlo si siede.
«Se vuole prendere appunti… oppure anche registrare… per me non c’è problema» esordisce.
«Eventualmente sì, grazie. Intanto, lei come si sente?» risponde Carlo.
«Eh, come mi sento… Le hanno detto perchè sono qui, no?»
«Sì, me l’hanno detto. Ma mi sarebbe utile se mi facesse un riassunto veloce» insiste, e lo guarda negli occhi, annuisce, gli fa capire che è dalla sua parte. Annuisce anche Gino.
«Allora, tanto perché ci capiamo» inizia, «Io lavoro nel servizio clienti. Vuol dire che passo le giornate ad ascoltare persone che si lamentano. Qualche volta riesco a risolvere il problema, ma di solito no, quindi si arrabbiano. Il mio lavoro è avere a che fare con persone arrabbiate, chiaro?»
Parla in fretta ma con misura, scandisce le parole, vuole essere sicuro di farsi capire. Carlo se lo immagina con una cuffia stretta attorno al testone, la voce di un cliente furioso nelle orecchie, davanti agli occhi uno schermo che non fornisce informazioni utili.
Se non fosse che ha imparato a compartimentare, ne avrebbe compassione.
Annuisce lentamente, Gino continua.
«Perchè sono una persona tranquilla, mi spiego? Non ti mettono a fare questo lavoro se non hai il carattere giusto. Sono una persona tranquilla. Mi prendo carne tutto il giorno e me la metto via. Son fatto così.»
«Lei è una persona mite, esatto.» aggiunge Carlo.
«Appunto. Glielo dico perchè la cosa che è successa oggi… non so bene come dirlo, ma con me non c’entra niente.»
«Ecco, mi può spiegare bene l’accaduto?»
«Sì, guardi, allora…»
L’uomo si sistema sulla sedia. Carlo pensa che probabilmente è la quarta o quinta volta che racconta questa storia oggi, ma vuole raccontarla bene.
«C’è questo mio collega, Gianfranco Borghi. Non proprio collega, lui è un commerciale, uno di quelli bravi… Insomma, è una persona un po’ difficile, no? Ha una personalità molto forte, un po’ invadente, a volte si prende delle libertà.» Gino si interrompe, mette le mani avanti. «Niente di grave, eh, ce n’è almeno uno così in ogni posto di lavoro.»
«Cosa intende con “si prende delle libertà?”» domanda Carlo.
«Ma niente, sa… Solo che le regole che valgono per tutti non valgono per lui, perchè fa dei bei numeri. Che so, parcheggia un po’ dove gli pare, arriva quando gli pare. Ecco, c’era questa cosa degli scappellotti, che insomma, dà fastidio a tutti…»
«Scappellotti nel senso di schiaffi, corretto?» lo incalza.
«Sì, beh, non da far male. È quando vuole sottolineare una cosa che ha detto, o anche quando fa una battuta… Schiaffi da prete, ha presente? Dietro la testa, o sulla guancia. È umiliante, mi creda. Dà fastidio a tutti. Senza parlare di come si comporta con le colleghe…»
«E la direzione non è stata informata?»
«Sì, ma si figuri, non è servito a niente. Ripeto, sono personaggi che si trovano un po’ dappertutto.» minimizza. «Io lavoro in un altro reparto, ci ho a che fare due, tre volte al mese, toh…»
Carlo ha inquadrato la situazione: vede questo Gianfranco che ha trovato una preda e Gino che non reagisce, perché non è nel suo carattere, perchè è una persona tranquilla, altrimenti non sarebbe al servizio clienti. Si concede un adeguato livello di empatia.
«…per lo più ci ho a che fare durante i briefing settimanali, ma seguo alcuni dei suoi clienti, quindi capita che venga a cercare proprio me.»
«Se ho ben capito, è successo anche oggi»
L’uomo riempie i polmoni, annuisce. «Voleva sapere un paio di cose prima del rinnovo del contratto di un cliente… e niente, è successo il fattaccio.» risponde, con un sorriso imbarazzato. «E… beh, immagino le avranno già detto, no? È arrivato, un po’ come fa al solito, sa… un pizzicotto sulla guancia, lo scappellotto, “fai veloce che devo portare a casa il pane”… E io…» si ferma, fa un gesto con la mano. «Vabbè, le avranno già detto…»
«Allora, lei riporta che Gianfranco Borghi le ha detto di alzarsi e si è seduto alla sua postazione.»
«Sì, infatti, aveva fretta…»
«Quindi lei ha preso un estintore appeso al muro vicino alla postazione lo ha usato per colpire la mano di Borghi, che stava usando il suo mouse.»
«Il polso…» precisa l’altro. Si guarda le mani, sistema la cinghia dell’orologio.
«Giusto, il polso. Si è arrabbiato, ha raggiunto il limite…»
«Ma guardi, dottore, a me non mi pare proprio di essermi arrabbiato.» risponde l’uomo.
«Non si è arrabbiato?»
«No. In quel momento a me sembrava la cosa più normale del mondo… Dottore, io mi rendo conto che è assurdo, ma non so come altro spiegarlo: mi si è addormentato il senso civico.»
Carlo lo guarda e non dice niente, gli lascia spazio. L’uomo si tocca la fronte, gli sembra che voglia proseguire ma che non trovi le parole. Il silenzio si prolunga e si fa pesante, ma Carlo deve dargli il tempo che gli serve, e probabilmente dovrà formulare la sua perizia sulla base di quello che sta per dire.
«Voglio dire, io e lei non siamo bambini, giusto? Siamo adulti, sappiamo tollerare anche dei comportamenti che non ci piacciono.» spiega. «Insomma, a me si è addormentata quella roba lì.»
«La capacità di tollerare situazioni spiacevoli, possiamo dire. Se ho ben capito, però, è stato un episodio isolato. Adesso si sente bene.»
«Sì sì, adesso mi sento bene. Però non è stato un episodio isolato…»
«Intende che le è successo altre volte?» chiede.
L’uomo riprende a toccarsi la fronte con la punta delle dita, insistendo sulle pieghe della fronte corrucciata. Fa così quando è incerto, o quando sta ragionando su cosa dire. Probabilmente è un gesto che fa spesso quando lavora, con i clienti più difficili.
«A me no. Però è nell’aria»
«Nell’aria?»
«Boh, mia cognata, l’altro giorno… ha tirato un manrovescio alla figlia che le rispondeva indietro. Non era mai successo. Mia cognata è anche peggio di me, è di quelli che non alzano nemmeno la voce. E Giosuè… un mio amico, che conosco da tutta la vita… ha quasi messo sotto un ciclista che stava in mezzo alla strada. Non so cosa dirle»
Carlo costringe sopracciglia, narici e labbra in un’espressione il più neutrale possibile. «Suggerisce che giri una specie di influenza che addormenta il senso civico.» riassume.
Gino si appoggia sulla sedia e incrocia le braccia. Carlo si ricorda che lavora nel servizio clienti, quindi sa riconoscere un tono di voce condiscendente.
«Io posso solo esporre i fatti. Poi il dottore è lei, decida lei se sono matto.»
Carlo esce dalla stanza e sta già pensando ad altro. Negli anni ha imparato a compartimentare: sa che rimuginare su quanto gli ha detto Gino non serve a nulla.
Pensa al traffico che troverà tornando a casa, a cosa mangiare per cena, a che film guardare alla sera. Con comodo, a mente fredda, si chiarirà le idee e formulerà la base di quella che diventerà la perizia. E forse tra qualche anno scriverà un libro e parlerà anche di Gino.
Passa davanti a Luca, lo saluta con un cenno del capo. È quasi arrivato a svoltare l’angolo del corridoio quando si trova davanti il maresciallo Nitti.
«Oh, Vanzani, mi raccomando: voglio la perizia per venerdì, niente scuse.»
«Nitti, ho detto che gliela faccio avere lunedì! MI DEVE ROMPERE I COGLIONI?» sbotta Carlo.
Il maresciallo sbianca. Luca, qualche passo indietro, smette di respirare.
Carlo si copre la bocca con la mano, lascia andare un colpo di tosse, fa un passo indietro. Poi riprende a camminare e cerca di raggiungere l’uscita.
Nessuno è al sicuro.