PEZZI DI DADAS XXI

- News Editoria Visual

Smalltown

Bronski Beat – Smalltown Boy

Jacopo Ranzato – Dadas #4
smalltown

Estate indimenticabile

Joe Hisashi – Summer

Daniele Pitrè – Dadas #4

Al diavolo Battisti e De Gregori, Battiato, Guccini e Brunori! Certe ragazze sono fissate. Ah, Jovanotti, al diavolo pure lui! Il più grande spettacolo dopo il Big Bang non siamo noi, né io, né te! Lei era di un’altra opinione. Invece lui era convinto che la musica di una storia potesse essere solo una colonna sonora. Le parole ce le mettiamo noi e nessun altro. Si erano lasciati prima di scegliere quale fosse la loro, se Zimmer o Morricone. La storia era rimasta un film muto. Sì, le storie d’amore sono film muti, non hanno una canzone. La colonna sonora è il genere migliore per accompagnare i ricordi di una vita. Come una gelida serata d’inverno in un paese straniero, alla fermata di un autobus che non arriverà.
Per una volta si concesse il lusso di inveire contro una cospirazione globale, mentre l’abbondante nevicata faceva da tenda alla pensilina della fermata, solo per tre lati chiusa da vetro e metallo. La panchina sembrava utile solo come set di un decesso. Il nero dei supporti ne faceva un perfetto catafalco. Così, lui restava in piedi, a battere per terra gli scarponi, neri, e a infilarsi le mani sotto le ascelle, blu scuro. Il giubbotto più pesante che aveva nell’armadio, vero piumino d’oca, orrore degli animalisti, gioia per la sua sopravvivenza. Il fiato passava solo in parte attraverso i due giri di pile della sciarpa, impregnato dei rutti grassi e acidi di un pranzo straniero, consumato in un pub straniero di quella località straniera perduta nel nord di un paese straniero. Dove avevano una cucina pesante. Gli occhi lacrimavano per il freddo e per le esalazioni gastriche e per il nervoso. Restava calmo solo perché i clienti avevano firmato il contratto e adesso lo aspettava il comfort della spa dell’albergo. Se mai fosse riuscito a tornarci. La cospirazione mirava a impedirlo.
Il telefono aziendale non riusciva a connettersi al gestore locale, tanto per cambiare. Senza roaming, non poteva usare le app per i trasporti. Nemmeno il traduttore, per capire cosa volevano dirgli i cartelli sottovetro della fermata, tutti tabelle e grafici colorati e incomprensibili. I numeri potevano essere orari, ma non era sicuro dei giorni della settimana, né delle altre righe, magari avvisi di sciopero o interruzioni della linea. Così, aspettava.
Le luci dei veicoli passavano rapide attraverso la tormenta, come ufo nella nebbia, erano l’unico indizio dell’esistenza di una via trafficata nel mondo fuori dalla pensilina, un pianeta bianco. Nessuna traccia di pedoni. I locali dovevano sapere qualcosa che a lui era stato nascosto. Un altro ramo della cospirazione. Forse quella sarebbe stata la serata più gelida del millennio, senza soccorsi disponibili, soprattutto per chi non poteva chiamarli, né fornire la posizione con il gps, almeno per recuperare il cadavere. Il pensiero di essere una vittima lo tenne al caldo per un altro po’.
Era iniziato due mesi prima, quando, appena sveglio, aveva provato quella strana fitta allo stomaco, mentre si rendeva conto che era di nuovo lunedì e doveva andare al lavoro. Il lavoro che gli pagava casa, bollette, aperitivi, streaming, automobile, varie ed eventuali. E magari, presto, le cure mediche. Psicofarmaci, per tollerare la disperazione delle ore trascorse alla scrivania. Per adesso, l’alcol e il cinema erano sufficienti ad alimentare lo stato di sospensione in cui riusciva a respirare. Entrambe le cure andavano somministrate in adeguata compagnia, una compagnia ormai sempre più affaticata dall’impegno profuso nel dargli il supporto emotivo da lui richiesto in dosi sempre più massicce. Il lavoro avrebbe consumato le sue amicizie, come aveva fatto con la sua ragazza. Chiuse gli occhi e li riaprii. Un’ombra bucò la tenda di neve.
Dentro la pensilina adesso erano in due, uno aveva un cerchio di pelliccia intorno al volto sorridente. Gli occhi a mandorla lo salutavano in una lingua che serviva tradurre. Un rapido inchino e si rivolsero alle scritte sul vetro. Poi si girarono a guardare la strada. L’omino sembrava indossare il suo stesso giubbotto, magari due taglie più piccole, ma gli scarponi erano bianchi, con i lacci blu.
“Gud monnig. Iù addestènd?” Indicava col guanto il cartello che l’altro aveva appena letto. Un giapponese, avrebbe detto. Diverso, nei lineamenti, dai cinesi e dai coreani, come gli aveva insegnato il suo tutor, prima che lo divorasse il burnout. Il giapponese gli sorrise e non aggiunse altro. Lui si consolò immaginando che anche il nuovo arrivato fosse in viaggio all’estero, per conto di capi senza cuore e magari nel cartello aveva letto un rassicurante ‘Il prossimo autobus arriverà in pochi secondi’.
Passarono i secondi, i minuti e le decine di minuti. Il pensiero del contratto non lo scaldava più. Un accordo già deciso, per cui sarebbero bastate un paio di pec, una videoconferenza, mezza parola al telefono. Ma la cultura locale richiedeva una presenza fisica, l’azienda doveva essere presente con un corpo e un volto. E il volto doveva essere quello dell’ultimo degli ultimi, l’eterna promessa mai mantenuta o mai accettata, non era chiaro. Era chiaro solo che a firmare il contratto in rappresentanza dei suoi capi, quella sera, in quel paese, a quella latitudine, c’era andato lui. Con l’unico benefit di una sistemazione accogliente, ma senza bonus, senza provvigione, senza aumento. Dopo cinque anni di salti mortali. Mentre i capi andavano in alta velocità da Milano a Roma per riunioni che mezz’ora di telefonata avrebbe reso superflue, ma restavano nella capitale, in hotel lussuosi, a consumare nottate lussuose, in compagnia lussuosa. Nel frattempo, da Milano, oltre l’orario di ufficio, lui rispondeva alle famiglie, per somministrare le bugie di turno. Chiuso dentro quella pensilina, adesso, almeno poteva rimanere in silenzio, senza mentire. In compagnia del suo nuovo amico, silenzioso. Giocavano insieme, a chi sarebbe morto prima di freddo.
Cercò di pensare a qualcosa di caldo, gli venne in mente l’estate. Chissà com’era l’estate in Giappone. Non l’avevano mai mandato a firmare contratti laggiù. Ci sarebbe andato all’istante, anche gratis. Spese pagate, ovviamente. In quel momento gli sarebbe proprio piaciuto essere a Tokyo, girare spensierato, come Kikujiro, con uno zainetto alato sulle spalle. I violini e i violoncelli iniziarono a vibrare e dal fondo del suo cervello partì il crescendo di quella che sarebbe stata la colonna sonora di un momento fondamentale della propria vita.
Aveva visto “L’estate di Kikujiro” insieme a lei, a una retrospettiva del cinema giapponese nell’arena di quartiere, l’ultima estate che avevano passato insieme. Il film si apriva sulle note di ‘Summer’, la composizione di Joe Hisaishi che faceva da colonna sonora al film. Ripensò al viaggio del bambino, in cerca della madre, con quello zainetto alato che sembrava capace di portarlo ovunque. Come un nuovo lavoro. In quel momento, sulle spalle, lui aveva uno zaino colmo di documenti autografati, che lo teneva al suo posto, a quella fermata, al suo nulla. Cosa gli impediva di levarselo dalle spalle e andare via? Il giapponese gli rispose con un sorriso a mandorla, un inchino del capo e un tuffo nella coltre di neve.
L’amico più simpatico che gli era rimasto lo aveva appena abbandonato. Nel momento più buio della sua depressione, aveva deciso di lasciarlo al suo destino. Si girò a guardare la panchina, gli sembrò attraente. All’improvviso sentì il campanellino trillare. Come quello del film. E il volume della musica di Hisaishi aumentò. Il giapponese era il suo campanellino e gli aveva appena detto Muoviti, cazzo! Che a quella fermata non c’era nulla per lui. Le ginocchia cambiarono idea e lo spinsero dentro la coltre.
Le orme non erano ancora state cancellate e riuscì a ritrovarlo. Mentre una parte del suo cervello seguiva nel bosco un animale che sembrava sapere dove andare per restare vivo, l’altra parte del cervello seguiva la musica di archi e pianoforte di un’immaginaria estate orientale, in cui danzava verso una nuova vita. E il suo amico giapponese sapeva in che direzione danzare.
Nel mondo reale era consapevole che poteva essere scambiato per uno stalker, così rimase a due o tre curve di distanza dal cappuccio nero impellicciato. Ballonzolava in tutto quel grigiore nevoso, che nell’oscurità della sera i led dei lampioni non riuscivano a mantenere candido. E mentre in un orecchio si scaldava con ‘Summer’, nell’altro si ripeteva che alla fermata il suo amico doveva aver letto qualcosa come ‘Se non passa entro mezz’ora, fai a meno di aspettare’.
Si fermò accanto a un lampione per pulirsi gli occhiali. Il giapponese no. Il cappuccio era sparito nel buio oltre il lampione. Forse era arrivato a casa sua, si stava togliendo le scarpe e stava indossando un maglione morbido e caldo, di quelli pieni di palline e con qualche buchetto, che non puoi esibire in pubblico, ma danno tanto ristoro in privato. Un privato in cui la persona amata lo accoglieva (o lui si preparava ad accoglierla) con un sorriso. E una tazza di tè caldo. Magari un marmocchio che gorgheggia festoso. La famiglia che lui non si era mai fermato a considerare, tra un viaggio e l’altro, spinto dal ritornello del quando avrai fatto carriera. Controllò lo schermo del cellulare. La cospirazione era ancora attiva. Si guardò intorno. Era circondato da un biancore incerto punteggiato di finestre e portoni, campanelli a cui avrebbe potuto suonare per chiedere aiuto, anche solo un’indicazione. Un corso di inglese, la prima cosa che avrebbe fatto al suo rientro, per aggiungere una riga a quel curriculum che era ora di resuscitare.
Richiamò alla mente le note della seconda parte di ‘Summer’, quando gli archi allungano la rincorsa e tutto sembra scivolare lungo un piano inclinato e poi c’è la risalita, due colpi di piano che riportano il ritmo. Due cartelli, il nome del suo hotel e la distanza in sistema metrico decimale. Lo zaino sembrò svolazzargli sulle spalle.
L’orchestra lanciò un crescendo che accelerò i suoi passi e come Kikujiro sul ponte, corse leggero, zainetto azzurro e ali imbottite a saltellare su una schiena diretta verso la felicità. Vedeva l’albergo, si sarebbe fatto una sauna, sarebbe morto sotto il piumone e la mattina dopo sarebbe volato in cielo, verso il paradiso di una nuova esistenza. Si sentiva euforico ed eccentrico, degno di quella nuova vita. Hisaishi aveva composto una colonna sonora apposta per lui.
Le luci dell’albergo lo guidarono, le porte scorrevoli lo accolsero e il calore della hall asciugò i timori che lo avevano minacciato all’esterno. Grazie al wi-fi dell’albergo sconfisse anche la cospirazione e ascoltò ‘Summer’ per tutta la notte. E al mattino fu carico, come il cellulare sul comodino. Gli chiese di riprodurre ‘Summer’ di Joe Hisaishi e lui obbedì. Tutto avrebbe obbedito al suo volere, da quel momento in poi. Come l’aereo, che decollò puntuale, per portarlo all’altitudine più adeguata a programmare i prossimi passi. Il suo curriculum viaggiava da un cloud all’altro, sulle onde del wi-fi dell’aereo, impacchettato in email e post che rimbalzavano tra profili social e caselle di posta che si immaginava trepidare in attesa di sue notizie. Di sicuro lui già tremava immaginando le risposte che sarebbero arrivate. Era l’emozione bella, quella che se non rispondono andrà meglio la prossima volta. Il più grande spettacolo dopo il Big Bang era lui e la sua nuova vita. Altro che Battisti e De Gregori, Battiato, Guccini e Brunori! Avrebbe stregato la sua prossima ragazza con una colonna sonora da gran finale. O da grande esordio. Una cosa alla ‘Summer’. Le note della melodia ritornarono a galla e iniziò a immaginare parole e versi che ne potevano prendere il posto. Perché la colonna sonora sottolinea l’emozione di una grande avventura, è vero.
Ma è con i dialoghi che si porta avanti una storia.
“Scusa, posso chiederti come ci si collega al wi-fi?”
Una rapida occhiata alla vicina di posto, non-giapponese, carina.
“Inquadri il qr code e segui la procedura.”
Lei punta il telefono verso il sedile di fronte. “Ah, ok. Grazie mille. Volevo rilassarmi con Goodbye Kisses dei Kasabian.”
“Io sto ascoltando ‘Summer’ di Joe Hisaishi. È la colonna sonora de ‘L’estate di Kikujiro’ di Takeshi Kitano. Lo conosci?”
“Non so chi sia, non vado al cinema.”
I dialoghi non sono mai facili.

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