PEZZI DI DADAS XX

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Seibelləseibellə

faccianuvola – Seibelləseibellə

Sara Federico – Dadas#3
DADAS_2024

Tutto l’amore di Paola

Led Zeppelin – Whole Lotta Love

Zuan Brunetti – Dadas#3

 

Il pezzo lo riconoscono di sicuro, i vecchi bigotti di San Silvano.
Non hanno mai saputo il titolo o il nome gruppo, ma quel riff non lo dimenticheranno mai.
Se lo sognano ancora, ne parlano a fine serata, quando il livello del vino nelle bottiglie si abbassa e lascia affiorare i ricordi, come i resti di un naufragio che hanno cercato di dimenticare.

A Paola, San Silvano di Montecchio stava stretto: l’eufemismo del secolo. Forse non del secolo. L’eufemismo dell’anno. Nello specifico il 1980, l’anno del fattaccio, quando Paola pensò bene di levarsi di torno.
Nel 1980 io e Paola avevamo diciotto anni. San Silvano contava ottocento abitanti, arrivando forse a ottocentocinquanta tra luglio e agosto, quando la vicinanza strategica dei Colli Euganei e di alcune località termali attirava qualche manciata di villeggianti di second’ordine.
Meno di un decimo degli ottocento regolari aveva un titolo di studio che superasse il diploma, meno ancora coltivava hobby o passatempi vagamente creativi. Pochissimi avevano viaggiato più in là di Venezia, nessuno oltre i confini nazionali.
Era una condizione comune. A meno di amministrazioni particolarmente intraprendenti – e per Dio, non era il caso di San Silvano – le cittadine della provincia veneta coltivavano la propria arretratezza socio-culturale con malcelato orgoglio. Ogni deviazione dalla tradizione era guardata con sospetto, raramente tollerata, mai celebrata.
Lavoro, famiglia, chiesa. Quest’ultima, soprattutto.
Non erano arrivati Nietzsche o Guccini a dire che Dio era morto. Quindi Dio era vivo, la chiesa era in ottima salute, la messa della domenica era un momento imprescindibile attorno a cui la settimana trovava senso e consistenza.
Un prete aveva l’autorità di porre domande e di imporre risposte, e non era insolito che venisse invitato a sedere nel salotto buono per dirimere le questioni familiari più delicate, in quanto investito di una saggezza e un’infallibilità che venivano con la tonaca e pertanto non erano oggetto di discussione. Se non per fede, per una consuetudine secolare di cui la nostra città natale era un fiero baluardo.

Vivere a San Silvano non lasciava molto spazio di movimento, ma alla maggior parte di noi non serviva più spazio di quello che avevamo.
Per Paola non era così.
Camminavo con lei fino al limitare di un campo, un canale o una macchia d’alberi, dovunque fosse abbastanza lontano da farle passare questa o quell’incazzatura, e la guardavo percuotere la terra con ogni passo e restare comunque incazzata, ascoltavo mentre mi riversava addosso torrenti di parole alimentati da una frustrazione prepotente. Mi stupivo di come piangeva senza vergogna, con gli occhi scuri incendiati di sangue, le gocce calde a imperversare libere sulle guance coperte da lentiggini.
«Dai Paola, rallenta un po’…. Almeno asciugati le lacrime!»
«No. Voglio continuare a piangere» rispondeva lei.

Mi spiego la nascita di Paola a San Silvano con il riaffiorare di una vena genetica sommersa. Suo padre e sua madre non si discostavano dal modello standard della città: negoziante, interista e orgogliosamente grezzo lui; casalinga, attivissima in parrocchia e placidamente sottomessa lei. La sorella maggiore, dopo alcune turbolenze adolescenziali, era rientrata nei ranghi e si apprestava a condurre la stessa vita della madre. Il fratello minore frequentava le medie e aveva ancora qualche difficoltà a leggere parole con più di quattro sillabe, ma era titolare nella squadra di calcio, quindi perché qualcuno avrebbe dovuto preoccuparsene?
Devo allora pensare che tra nonni, bisnonni o trisavoli della famiglia ce ne sia stato uno che vantasse un’intelligenza instancabile e una curiosità prepotente, doti mitigate da scarse capacità diplomatiche e da una testardaggine spettacolare. Uso quest’aggettivo con cognizione di causa, perché l’attrito tra Paola e San Silvano non mancava di generare scintille.
Come quando si presentò alla lezione di catechismo del sabato pomeriggio brandendo l’articolo di una rivista scientifica che parlava di fossili, e non trovò pace fino a che il catechista ultrasettantenne non lo lesse fino all’ultima riga. E guardammo lei, a gambe larghe e braccia incrociate, aspettare che lui finisse di leggere per poi insolentirlo con un “allora, come la mettiamo?” e pretendere che ci spiegasse perché nell’Antico Testamento non si parlava mai del triceratopo.
O come la crociata per rivendicare il diritto di indossare la maglietta dei Rolling Stones.
«È indecente!» diceva la nostra professoressa di latino.
«È una bocca che fa una linguaccia. Se qualcuno ci vede riferimenti al sesso orale dovrebbe essere un mio problema?» rispondeva Paola.
Per chi le stava intorno erano momenti di ilarità, o quantomeno qualcosa di cui parlare – di cui a San Silvano c’era sempre bisogno. Ma per Paola erano sguardi che si facevano condiscendenti, talvolta ostili. E talvolta erano ponti che bruciavano.

C’era almeno un ponte che Paola avrebbe bruciato volentieri, quello che collegava la sua casa con la chiesa di San Silvano Martire. Quelle piccole invasioni della sfera privata che il parroco e le suore consideravano parte dei propri compiti – e che il resto della sua famiglia e dei suoi concittadini accettavano placidamente – la lasciavano in perfetto equilibrio tra furia e umiliazione.
A ragione di ciò, io e Paola non avremmo dovuto rivolgerci la parola. I miei genitori erano tra quelli che lei chiamava “parrocchiani hardcore”: prendevano messa almeno tre volte a settimana e pendevano dalle labbra del prete, mettendosi a disposizione a titolo volontario per tutti gli eventi dell’anno liturgico, dalle pulizie in chiesa all’organizzazione della sagra della parrocchia.
Quando le vecchie campane della chiesa avevano ceduto, mio padre aveva addirittura preso un paio di giorni di ferie per installare l’impianto audio che le aveva sostituite, accettando con entusiasmo l’onere della manutenzione regolare – onere che in seguito aveva condiviso con me. La mia famiglia era quindi responsabile della messa in opera di uno dei primissimi campanili elettronici della provincia.
«Ah, bene» mi punzecchiava Paola. «Avete privato di qualsiasi fascino il suono delle campane, l’unica cosa che mi piace della chiesa.»
«Vuoi venire a vedere come funziona l’impianto?» ribattevo.
«Ma sì, fammi vedere come muore la poesia…»
Per buona parte delle superiori le nostre conversazioni erano un perculamento continuo e fine a se stesso. Non le importava che mi piacesse aiutare in parrocchia, se non nella misura in cui avevo meno tempo per passare pomeriggi insieme a lei in campagna, o nella sua stanza, a consumare dischi che nessuno dei nostri concittadini avrebbe osato ascoltare senza parlarne nel confessionale.
Le conversazioni serie le tenevamo da parte per i momenti complicati. Per me, il prof di biologia che minacciava di bocciarmi o Sara della 4° B che faceva finta di non vedermi.
Paola, nei suoi momenti complicati, vedeva le avvisaglie di come sarebbe stata la sua vita a San Silvano. Sua madre che le spiegava che non potevano chiedere a suo fratello di aiutare nelle faccende di casa, perché lui era un maschio e per i maschi funzionava diversamente. O Don Luca, arrivato come ogni anno a benedire la casa, che le chiedeva davanti all’intera famiglia se di notte le capitava di toccarsi.
«E tu cosa gli hai detto?»
«Di farsi i cazzi suoi, ovviamente! E mio padre adesso non mi parla, ci credi?»
«Don Luca lo chiede a tutti, che vuoi farci…»
«Voi siete tutti matti. Io devo andarmene da sta città, altrochè.»
La prima volta che gliel’ho sentito dire avevamo quindici anni e stavamo stravaccati nella sua stanza, la schiena contro il letto e le gambe disposte come le vittime di un incidente stradale sbalzate fuori dal veicolo, in modo da non toccare le copertine dei vinili sparse sul parquet. Trovai appropriato contorcermi per raggiungere Procol Harum, del gruppo omonimo, e sostituirlo a Sgt Pepper, che girava a vuoto da qualche minuto. Paola non era persona da ascoltare i Beatles mentre contemplava un futuro costellato di frustrazione e umiliazione.

È più o meno in quel periodo che giunse a maturazione il suo appetito per la musica. Ma anche romanzi, poesie, film, tutto quello che arrivava a San Silvano, per quanto con anni di ritardo rispetto al resto del mondo.
Aveva un innegabile buon gusto. Anzi, aveva fiuto.
Fosse nata a Londra, a Parigi, a Manhattan – ma forse Padova sarebbe bastata – avrebbe conosciuto successo e approvazione, l’avrebbero chiamata trend setter, studi discografici e riviste culturali se la sarebbero contesa, “vai a quel concerto e dicci cosa ne pensi”.
A San Silvano, figuriamoci. Era quella un po’ matta. Ascoltava musica strana, si vestiva strana, “sarebbe anche carina se cambiasse pettinatura”.
Lei diceva che non le importava niente. Teneva duro nella prospettiva di finire le superiori e iscriversi ad un’università abbastanza lontana da giustificare il ritorno al paese d’origine solo due o tre volte l’anno, e quando San Silvano si avvicinava pericolosamente a fiaccare la sua risolutezza, ci rintanavamo nella sua camera e ascoltavamo Burn due o tre volte di seguito, in cui i Deep Purple ci raccontavano di una strega che dà alle fiamme la città con un gesto della sua mano.

Verso la fine del quinto anno, Don Luca ci mise del suo. Non ho mai saputo se in buona fede o per vendicarsi di ogni volta che Paola aveva osato rispondere alle sue certezze dogmatiche con la forza della logica e del buon senso. Spiegò al padre di Paola che la ragazza era senza dubbio intelligente, niente da dire, ma forse non aveva il carattere giusto per andare a vivere da sola, lontano da casa, non aveva ancora quella maturità, c’era il rischio che facesse scelte sbagliate, che si rovinasse, sapeva anche lui come sono i giovani oggi. Non so nemmeno quanto suo padre avesse intenzione di mettere in atto questa sciocchezza, ma una sera ne parlò a cena e per Paola tanto bastò.
«Non esiste, non posso passare un altro anno in questo buco» mi disse.
«Ma ti fa davvero tanto schifo qui?»
«Non mi fa schifo, ma se rimango finirò per odiarlo»
Con teatralità impeccabile, il campanile elettronico di San Silvano battè l’ora.
A me diceva che erano le nove di sera. A Paola diceva qualcosa di diverso.
Qualcosa che forse, per quanto mi sforzassi, non ho mai capito fino in fondo.
È stata quella, tra l’altro, l’ultima volta che abbiamo parlato.

Alle 7 del mattino del 5 luglio del 1980, San Silvano aspettava di essere svegliato da rintocchi di campane. Elettronici, ma pur sempre rintocchi, rispettosi della tradizione scolpita.

[L’autore consiglia di far partire il pezzo in questo momento della lettura]

Fu svegliato invece da un riff di chitarra che deflagrò dagli amplificatori del campanile e si allargò sull’intero paese, ne superò rapidamente i limiti e risalì sulle rocce di origine vulcanica dei colli poco lontani, ridiscese e rimbalzò indietro come una corrente di risacca sonora, sovvertendo con prepotenza l’ordine costituito del nostro imbarazzato fazzoletto di provincia. Jimmy Page fece sfacelo dei miserabili dal sonno leggero, tra i quali i miei genitori, che dissero poi di aver pensato a un trasporto eccezionale in transito sulla tangenziale. Il giro di basso li mise sulla buona strada, ma non si resero pienamente conto della situazione fino a “You need cooling”.
All’altezza del secondo “I’m gonna give you my love” più o meno tutto il paese era sveglio, con l’eccezione di Don Luca.
Secondo una mia personale ma scrupolosa ricostruzione degli eventi, il suo sonno pesante lo protesse fino all’altezza del secondo minuto, quando Robert Plant si cimenta in una sequenza di brevi vocalizzi in falsetto riverberato passata alla storia come “the orgasm part”.
A questo punto Don Luca deve essersi riscosso dal torpore molto in fretta, perchè ha capito quale doveva essere la fonte del problema ed esattamente allo scoccare del terzo minuto, ovvero all’inizio dell’assolo di chitarra, ha raggiunto il disimpegno della sagrestia in cui mio padre aveva montato il sistema di controllo del campanile elettrico. Collegato a quest’ultimo da un accrocchio ignorante, il giradischi di Paola, che non riuscirono a spegnere prima della fine della canzone.

Qui la mia ricostruzione si fa nebulosa.
Certo, era bello immaginarla lasciare San Silvano in motocicletta o a cavallo, i capelli al vento e una risata grassa in gola, con addosso la maglietta degli Stones con i buchi sotto le ascelle, i jeans strappati che sua madre definiva sconci, le Converse smesse da suo fratello.
Più verosimilmente, aveva preso una corriera fino a Padova e da lì un treno, sa Dio per dove.
A conti fatti non ho mai saputo se Paola abbia lasciato San Silvano la notte prima o la mattina dopo, né quanto la sua famiglia fosse al corrente dei suoi piani. La versione ufficiale fu che era andata a stare da alcuni parenti lontani e a suo padre non riuscii a strappare altro, se non un laconico “Paola ha fatto le sue scelte”.
Fiorirono invece le versioni ufficiose, le teorie e le elucubrazioni più o meno campate in aria – ma come ha fatto a entrare in chiesa, vuoi vedere che dormiva col prete, ho sentito che ha disegnato simboli satanici dappertutto, da quando ha sentito quella musica mio figlio non è più lo stesso – che negli anni si canonizzarono in quello che oggi è forse l’unico mistero irrisolto di San Silvano.

Come ho detto, i vecchi raccontano ancora questa storia. Allora ripenso a com’è andata e non mi resta che mordermi la lingua, o dovrei prenderli per le orecchie e urlarci dentro: ma avete capito perché? Avete capito che non è stato solo un brutto scherzo? Quanto poco la conoscevate, per credere che abbia scelto quella canzone a caso?
Io ci sono arrivato dopo, ma ci sono arrivato. Poteva decidere di restare, imparare a nascondere le lacrime e diventare come sua madre. E me l’aveva detto: avrebbe finito con l’odiarci tutti.
Ha preferito partire, per andare a vedere com’era il resto del mondo, al di là delle colline di roccia vulcanica. Ma anche perchè così poteva continuare a volerci bene.
E partendo ci ha lasciato tutto il suo amore.

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