PEZZI DI DADAS XXIII
Sborracchiata casuale di piani e colori
Mr BROscagli – Dadas #4
Crius
Davide Platolino – Dadas #4
Dodicesimo Inverno percepì una vibrazione insolita. Guidato da un rumore sconosciuto, scese per il pendio, balzando da una pendenza rocciosa all’altra. Nella sua mente si componeva una mappa virtuale, creata dal vento che si infrangeva sulle rocce e dalle vibrazioni che si propagavano nel terreno quando i suoi piedi lo sfioravano. Il suono di voci e ingranaggi non appartenenti a quel mondo lo inquietava. Sul ghiacciaio si lasciò scivolare per circa duecento metri, afferrando una sporgenza appena prima che la discesa si trasformasse in un salto nel vuoto. Per la parte di pendio successivo dovette crearsi gli appigli, affondando gli artigli nel ghiaccio e nella roccia per scendere fino a venti metri da terra. Da qui saltò, le ginocchia si piegarono ad assorbire l’impatto mentre una nuvola di frammenti si alzava dal punto di atterraggio.
Man mano che si avvicinava, Dodicesimo Inverno sentì un suono dimenticato. Una forma di comunicazione primitiva basata sulla modulazione e vibrazione di organi che regolavano il flusso d’aria attraverso cavità respiratorie. Dal fatto che il rumore rimanesse invariato, dedusse che gli esseri non si erano ancora accorti della sua presenza e se ne stupì, dato che distava da loro meno di mezza montagna.
Si avvicinò silenzioso, i passi sempre più impercettibili, fino a trovarsi a distanza di un respiro. Erano ancora ignari. Rivolse un piccolo flusso esplorativo di coscienza verso le loro menti, poco più di un sussurro di saluto. Sentì una strana familiarità, ma al contempo una distanza incolmabile. Gli esseri si agitarono, ma non capirono, e iniziarono a emettere suoni più forti tra di loro.
“Buio completo,” pensò Amanda, mentre un tremore le percorreva il corpo. La sua tuta, realizzata in un metamateriale traslucido, era attraversata da flussi di plasma blu intenso e rosso ardente. Ma quella luce sembrava svanire prima di raggiungere i suoi occhi, come se l’oscurità intorno stesse assorbendo ogni traccia di energia. Il terrore cresceva, insieme al buio che li avvolgeva.
Prima che il panico potesse travolgerla, attivò il visore sensoriale. Il mondo si ricompose in linee e forme nitide, strappandole un sospiro di sollievo.
Michael si avvicinò. “Crius era stato classificato come abitabile…”
Amanda abbassò la testa. “Ossigeno e azoto in giusta proporzione. Temperature tra i -10 e i -40 gradi…”
“E una gravità tre volte quella terrestre. Il paradiso,” aggiunse Michael.
Amanda lo fissò. “Non sono sicura che venire qui sia stata una buona idea.”
“Due milioni di persone sono morte qui, e meritano la verità, che ci piaccia o no.”
Lei si strinse nelle spalle, le mani serrate in dei pugni.
“Crius. Pensavano di poterlo conquistare, ma è stato il pianeta a inghiottirli.”
Michael sospirò. “La loro storia è qui sotto. Sepolta nel ghiaccio.”
Dodicesimo Inverno valutò se ucciderli, poiché si stavano addentrando verso il suo territorio, ma la curiosità ebbe la meglio. Si limitò a seguirli. Nel frattempo avvisò gli altri Dodicesimi Inverni degli strani esseri che erano arrivati sul pianeta. Gli altri chiesero se volesse che si avvicinassero di qualche montagna al suo territorio, ma Dodicesimo Inverno declinò l’invito, non sentendosi minacciato da esseri che non riuscivano a percepire la sua presenza a un respiro di distanza. Gli altri gli ricordarono di restare in guardia; su Crius, anche la minima distrazione significava condanna a morte. Dodicesimo Inverno confermò che non avrebbe ritratto gli artigli.
Guardò gli esseri scalare, con notevole difficoltà, la montagna da cui era disceso, mentre le loro armature a plasma cercavano invano di facilitare l’impresa. Quegli esoscheletri avanzati amplificavano la loro forza e stabilità, ma il terreno impervio e le condizioni estreme mettevano a dura prova le loro capacità. Le unità di plasma, pur migliorando la loro aderenza e resistenza, sembravano lottare contro la forza grezza della natura e il freddo pungente di Crius.
Sul ghiacciaio, l’esoscheletro di uno degli esseri scivolò. L’urlo di Amanda riecheggiò nel vuoto, ma le sue dita trovarono all’improvviso una presa.
Dodicesimo Inverno sbuffò quando fu costretto ad afferrare la mano corazzata di uno degli ospiti, impedendo alla creatura di precipitare.
Amanda, ancora confusa su come fosse riuscita a salvarsi, riprese a scalare valutando più volte ogni appiglio, maledicendo Michael per non essersi accorto di nulla.
Quando lo raggiunse, Michael si voltò: “Manca poco al sito. Qual è lo stato delle tue unità di alimentazione?
“Dovremmo avere energia sufficiente per cinque anni,” rispose lei, ma un’ombra d’incertezza le attraversò la voce.
“Controlla il livello di carica, Amanda. Non possiamo dare nulla per scontato.”
Amanda sussultò mentre fissava il display: era scesa all’80%.
“Anche la mia è calata in fretta. Se scendiamo sotto il 70%, si torna indietro. Il consumo è esorbitante rispetto alle previsioni. Sembra che Crius sia ghiotto di plasma,” osservò Michael.
Amanda aggrottò la fronte. “È il campo elettromagnetico, lo avevamo teorizzato. Distorce i flussi, accelera il consumo. Ma gli scudi delle batterie dovevano bloccarlo…”
“Tieni d’occhio la batteria, ok? Al Nobel ci pensiamo dopo,” la interruppe Michael.
“I coloni… sarebbero rimasti senza energia in pochissimo tempo.”
Michael le lanciò un’occhiata.
Amanda annuì. “D’accordo.”
Dodicesimo Inverno sentì gli esseri avvicinarsi al sito delle origini, indeciso se fermarli. Alla fine, decise di lasciarli proseguire. Era stato spesso al sito delle origini, e il fatto che le armature degli ospiti fossero di un materiale simile a quello che si trovava lì fece intuire qualcosa sul passato. La sua mente stava già formulando delle ipotesi.
«Ci siamo sopra. La IceBreaker o quello che ne rimane è qua sotto. Idee su come sfondare dodicimila anni di strati di ghiaccio?» chiese Amanda, fissando la distesa cristallina sotto di loro.
Mentre lo diceva, il terreno vibrò. Il ghiaccio si spezzò, esplodendo in miliardi di frammenti. Gli scudi degli esoscheletri scintillarono di rosso, blu e giallo, ma quelle luci svanirono quasi subito nell’ebano della notte perenne di Crius.
Un urlo squarciò il buio, riecheggiando come nelle leggende delle Banshee: un grido capace di uccidere.
Una forma incorporea si contorceva sui visori, difficile da fissare, come un’ombra che sfuggiva a ogni definizione.
«Contatto!» urlò Michael, attivando la torcia al plasma dell’esoscheletro. Il bagliore fece crepitare il ghiaccio attorno a loro, ma lo spettro gli era già addosso: in meno di un battito di ciglia il corpo etereo si condensò in una massa corazzata, pronta a travolgerlo.
Un artiglio apparve dal nulla. Con un solo colpo tranciò la testa all’apparizione, che si dissolse nello stesso istante, svanendo nel vento come se non fosse mai esistita.
Amanda restò immobile, il respiro spezzato. La pelle le si increspò in brividi incontrollabili mentre fissava lo spazio vuoto dove poco prima si era contorta l’ombra. Michael teneva ancora la torcia accesa, il fascio tremolante insieme alla sua mano.
«Che… cos’era quella cosa?» mormorò Amanda.
Michael deglutì, cercando di controllare il respiro. «Non lo so. Ma non siamo stati noi a fermarla.»
Un brivido gelido li percorse entrambi. Poi, una voce si insinuò nelle loro menti, fredda e nitida come il vento che li circondava:
Sia Michael che Amanda si bloccarono, terrorizzati.
“Se volete vedere il sito delle origini, potete seguirmi. Anch’io ho delle domande. Era una nave per viaggiare attraverso le stelle? È dai Noni Inverni che ci stiamo pensando, ma non ci interessa così tanto. Questo mondo è semplice e ci basta.”
L’istinto avvertiva i due umani del pericolo, come una preda davanti a un predatore, ma l’addestramento militare ricevuto prima della missione prese il sopravvento: si misero in guardia, osservando la creatura che li aveva raggiunti.
I suoi occhi, bianchi e riflettenti, li fissavano come due specchi inquietanti.
Nonostante l’esoscheletro, l’essere li sovrastava di diversi centimetri. L’aspetto era umanoide, ma la pelle, attraversata da rigonfiamenti ossei, formava una sorta di armatura naturale. Nessuno dei loro strumenti avrebbe potuto perforarla.
Le unghie, lunghe e affilate come artigli di puma, promettevano invece di lacerare le loro tute come fossero di carta.
Quando si mosse sembrò svanire per un istante e in quel momento capirono: lo stavano vedendo solo perché lui voleva essere visto. “Io sono Dodicesimo Inverno,” sentirono la voce di nuovo nella propria mente.
“Io sono Michael,” rispose titubante l’uomo. “Amanda,” si accodò la donna.
Interessante, pensò Dodicesimo Inverno leggendo le loro menti. Nel loro pianeta erano talmente tanti che avevano bisogno di esporre la propria individualità riaffermandola con nomi propri.
“Noi siamo pochi, non ci definiamo con l’io; sono il pianeta e la sopravvivenza a darci il nome,” spiegò Dodicesimo Inverno.
Dodicesimo Inverno si diresse verso una sagoma sfuggita ai visori: una saetta nera all’orizzonte. Man mano che si avvicinavano, i due compresero che ciò che gli strumenti avevano segnalato come un canyon era in realtà una struttura metallica che si estendeva per l’intera distanza tra le due montagne. Il mastodontico relitto di un’epoca passata si era fuso con il paesaggio.
Rimaneva poco di quello che era una nave, se non il suo scheletro interno, era evidente che era stata depredata per la sopravvivenza in ogni sua parte. Michael e Amanda osservavano in silenzio; un eco di morte risuonava nelle loro menti. In quella nave avevano incontrato la propria fine milioni di persone. Ogni loro passo era intriso di sangue e sofferenza passata, un dolore che, pur senza le capacità psichiche di Dodicesimo Inverno, iniziava a infestare le loro menti.
Un cupo silenzio calò tra i due umani mentre proseguivano all’interno delle macerie di quello che una volta era stata l’apice della tecnologia umana.
Come falene attratte dal fuoco, proseguirono in quel cimitero di metallo e ombre. Il cuore di Amanda batteva forte mentre cercava di ignorare il freddo che si insinuava dentro di lei.
“Dove ci stai portando?” chiese Amanda con voce incerta.
“Non volevate conoscere la vostra storia?” rispose Dodicesimo Inverno con quello che ad Amanda sembrò un sorriso. Il riconoscere in quella smorfia qualcosa di umano le fece increspare la pelle in minuscoli rilievi, come se aghi invisibili la pungessero ovunque.
Michael si bloccò. “Sento la loro paura, le loro urla,” mormorò, le mani strette intorno al corpo per cercare di proteggersi.
Dodicesimo Inverno disegnò di nuovo sul volto quell’espressione che aveva turbato Amanda, rivelando denti simili alle zanne di una tigre, punte lunghe e curve che riflettevano per un attimo la luce sui visori sensoriali.
«Crius fa questo: spinge i sensi al limite. Qui, la sopravvivenza è una lotta secondo dopo secondo, ora dopo ora.»
Camminarono tra gli echi di morte per diverso tempo, tanto che Michael iniziò a guardare la batteria con preoccupazione. Dodicesimo Inverno, sentendo l’agitazione nella mente dell’umano, gli disse solo: “Siamo quasi arrivati alla sala del registro.”
La felicità di Amanda fu quasi incontenibile quando si rese conto che la sala del registro era quello che rimaneva del ponte della nave, e lì, al centro di quello che era stata una sala di comando, c’era un’unica console di acciaio opaco: la scatola nera della IceBreaker.
“Dodicimila anni… e i registri sono ancora intatti,” disse Michael, sorpreso.
“Crius non cambia così tanto,” disse Dodicesimo Inverno.
Amanda estrasse un minicomputer dall’esoscheletro e provò a far comunicare due linguaggi di programmazione completamente diversi tra loro, ma non per nulla era una delle migliori archeologhe dell’Unione Galattica.
“C’è tutto, Michael! Tutta la loro storia. Avevi ragione, quanta sofferenza, quanta morte, ma anche quanta forza.» La voce di Amanda tremava mentre scorreva i registri. «Un gruppo di loro ha lottato fino alla fine. Isolati, abbandonati… hanno tentato di costruire rifugi sotterranei, di sviluppare nuove tecnologie, ma nulla sembrava funzionare.
I registri parlano di disperati tentativi di convogliare la luce: enormi specchi piantati sui crinali per catturare i rari bagliori delle aurore e canalizzarli nei tunnel sotterranei, dove provavano a coltivare licheni e alghe criogeniche.
Quando quegli specchi si frantumavano a causa del gelo, restavano solo le bestie di Crius: colossali predatori corazzati, così feroci che per abbatterne uno morivano in dozzine. Le loro carni fibrose erano appena commestibili, ma senza di quelle non avrebbero resistito. E quando incontravano i fantasmi del ghiaccio, non potevano fare altro che sacrificare i propri compagni e fuggire.
Persino gli insetti mineralofagi piccoli, duri come pietre, finirono per diventare una fonte allevata e coltivata in fosse di roccia riscaldate dal plasma.
Ogni invenzione era fragile, ogni conquista veniva spazzata via dal ciclo glaciale successivo. E ogni volta ricominciavano da capo, perdendo altri compagni.
E alla fine, in qualche modo”
Amanda si fermò, un’illuminazione crescente sul suo volto mentre considerava la rivelazione. Ogni mille anni, Crius subiva una terribile glaciazione, e di fronte a lei si trovava un individuo che si definiva “Dodicesimo Inverno.”
«In qualche modo, sono riusciti a sopravvivere,» dichiarò Dodicesimo Inverno. Non aveva bisogno dei registri: nel momento stesso in cui aveva visto la tecnologia di Amanda dialogare con i sistemi del relitto, aveva già intuito tutto. La compatibilità tra quei linguaggi non era una coincidenza: era la prova che quegli ospiti e la sua stirpe provenivano dalla stessa origine.
“E ora, noi siamo l’eredità di quel passato,” continuò Dodicesimo Inverno. “Adattati a un mondo diverso, la nostra esistenza è il risultato di una lunga lotta e ricostruzione.”
“Torniamo alla nave, Amanda,” ordinò Michael.
“L’evoluzione di un’intera civiltà in soli dodicimila anni…”
“Subito, Amanda. Guarda il livello di plasma,” insistette Michael.
“Dobbiamo comunicarlo a tutti, farlo sapere all’intera alleanza galattica. Dobbiamo capire, studiare…”
Dodicesimo Inverno insinuò un pensiero nella mente dell’uomo, semplice e diretto.
Quando una specie si evolve, la specie da cui si era evoluta deve adattarsi o estinguersi.
Gli umani e gli Inverni non avrebbero mai dovuto incontrarsi. Gli Inverni dovevano rimanere per sempre soli.
“Vieni con noi,” cercò di dire Amanda a Dodicesimo Inverno. “Potremmo imparare così tanto gli uni dagli altri.”
Dodicesimo Inverno non si mosse. Guardò l’armatura di Michael afferrare il braccio di quella di Amanda e trascinarla via a forza.
Non dovette seguirli per vedere Michael urlare contro Amanda, dicendole che ciò che avevano scoperto non doveva essere rivelato all’umanità.
Sapeva che alla fine Michael aveva scelto l’unico modo per mantenere quel segreto.
Sapeva che solo uno dei due sarebbe arrivato alla nave.
Sapeva che nessuno dei due sarebbe mai tornato a casa.
Per il resto della Galassia, Crius sarebbe rimasto un mondo disabitato, nulla più che un errore in una storia costellata di errori.