PEZZI DI DADAS XXIV
Centro della terra
Psy_Alba – Dadas #4
Psichedelico
Psy_Alba – Dadas #4
Pirandelling
Daniele Pitrè – Dadas #4
Infiniti mondi letterari esistono in continuo mutamento. Laddove un agrigentino soffre per la demenza della moglie e si avventura nei recessi della mente per trovare l’unico vero Io e nel farlo incontra i molti Sé e i tanti Altri, ecco, lì, non possiamo andare. Problemi di copyright. Perché di tutti i varioversi possibili, io sono stato assunto in quello con i diritti d’autore. Per questo non posso presentarmi come l’Osservatore del Multiverso della Marvel. No. Qui sono l’Osservante del Varioverso della Mardel. Una variante più in là e sarei stato il Guardone del Multibuco della Merdal. Quindi, non mi lamento e vado a cominciare.
Benvenuti, miei erramondi! Vi accolgo nell’interstizio tra le varianti, dove si sta stretti, però si vede tutto. Aprite la mente e seguite la strana vicenda di un nevrotico content creator col pizzetto a punta e lo sguardo spiritato, tutto preso dall’agone con il suo acerrimo rivale.
In questo universo, Prandello, alias GYGY67 è coevo e coetaneo di Conzolo, alias VIKO33 ed entrambi partecipano alla challenge perpetua #skaccianoja, in cui le migliori menti di (questa) Terra si scontrano a colpi di reel per sfamare un vorace pubblico in perenne fuga dalla Noja. Grandi onori e tributi di gloria sono resi ogni anno a colui che alle calende di maggio ha raggiunto il maggior numero di visualizzazioni. Quest’anno, VIKO33 è sul punto di essere confermato Fraccanoja Supremo per la terza volta consecutiva. La sua ultima produzione, ‘Nottetempo, schermo per schermo’, ha da poco costretto le piattaforme ad aggiornare l’algoritmo del contatore, ormai prossimo a visualizzare un pentastiliardo di view. E questo a GYGY67 non va proprio giù.
Uno smartphone sottile e resistente volò dalla mano sudata di Prandello e finì sul tappeto persiano al centro della stanza. «Maledetto! Settanta volte sette maledetto! Lui! I suoi canuomo! Il katabbio!»
Tonietta si assicurò con la coda dell’occhio che il tappeto regalo di nozze dei genitori non si fosse rovinato. Poi, senza smettere di cucire, corresse il marito: «Catubbo».
«Quello che è!»
La gatta Duchessa, persiana come il tappeto, mosse un orecchio verso l’urlo, poi lo riabbassò e si mise a fare le fusa alle caviglie della padrona, nel loro angolo di salotto, opposto a quello di Prandello. Nel suo angolo c’era un palo con tre grandi schermi sospesi sopra la grande scrivania di mogano con tre larghi cassetti su ogni lato. Sul vasto ripiano di pelle verde erano cosparsi i tanti oggetti che ne avevano segnato la superficie: joypad, tablet, altoparlanti, moltiplicatori di prese USB, lampade a led lineari e rotonde, touchpen, visori di realtà virtuale, cuffie isolanti e casse verticali. Sotto il ripiano di legno, un case lampeggiante ospitava i più costosi componenti per computatore che il mercato potesse offrire, compreso il silenzioso sistema di raffreddamento ad acqua, imposto da Tonietta perché i ronzii delle ventole infastidivano Duchessa.
Prandello si alzò dalla poltrona di pelle capitonné e cascò carponi sul tappeto. «Quello mi vorrebbe vedere così, a quattro zampe, ai suoi piedi! Per lui sono solo un inetto, un contafiabe, così ha scritto, sul reel. Una banale motocicletta sulla statale fronte mare sotto la luna… ma dov’è finito?…»
Tonietta teneva lo sguardo puntato sull’ago, che sbucava dal tessuto come una talpa curiosa e si rituffava a scavare un buco a fianco, incalzato dal ditale d’argento.
Il suono del campanello fece evolvere Prandello in un istante da quadrupede a bipede. «Vado io!» annunciò correndo lungo il corridoio con le ciabatte in pile ormai lise e prive di antiscivolo. Come al solito, non riuscì a fermarsi e urtò l’attaccapanni, facendo cadere il suo cappotto lungo di pelle nera. Duchessa registrò l’evento con l’altro orecchio e tornò a fare le fusa tra le caviglie di Tonietta, che era rimasta indifferente a uno dei tanti rumori del marito ormai scivolati sotto la soglia della sua attenzione.
La porta di casa si aprì e si chiuse e Prandello tornò di corsa portando un pacco argentato così grande che gli copriva la faccia e l’unica cosa che riusciva a vedere era il vistoso codice a barre che gli schiacciava il naso. Il manto del persiano – il tappeto – frenò le ciabatte di pile senza arricciarsi o scivolare di lato, poiché era assicurato da una rete antiscivolo, che Tonietta aveva piazzato durante una delle rare pause che il marito si prendeva per andare in bagno. Prandello riuscì comunque a inciampare, nel telefono, calciandolo sotto la scrivania. Mantenne l’equilibrio appoggiandosi alla scatola, che atterrò con un tonfo sordo sul ripiano verde. Aprì il primo cassetto, prese un taglierino e sventrò il pacco. Dalla ferita esplose una spuma di polistirolo, in cui Prandello infilò le mani, che tremavano per la frenesia. «Ahah! Adesso gli apro il culo!»
«Bene» commentò la moglie seguendo le immersioni dell’ago. Ma giunsero rumori novelli e fu costretta a controllare cosa fosse quel tintinnare metallico e gli squittii elettronici. Duchessa si accucciò dietro i suoi piedi scrutando l’essere piegato sotto la scrivania, una massa culo e schiena, con la linea di separazione dei glutei che emergeva coperta di ricci dall’elastico mollato del pantalone di pile di un vecchio pigiama dei Looney Tunes. Poco sopra la riccioluta apparizione, le creste delle vertebre lombari sbucavano da sotto la maglietta grigia, che a sua volta sbucava dalla giacca del pigiama di Bugs Bunny & co. La testa e gli arti superiori erano invisibili sotto la scrivania. Il contorno di quell’ammasso di pile, pelle e peli brillava dei led multicolor su cui Prandello stava armeggiando tra sbuffi e sospiri.
«Gigio?»
«Che c’è!»
«Hai bisogno di una mano?»
«Da te? Ne capisci di hyperlink? No! E qui è tutto autoconfigurante!»
La sagoma culo e schiena riemerse dai meandri luccicanti e tornò ad assumere una forma eretta, ma non del tutto umana. Al posto della faccia aveva una mezza sfera di plastica grigia luminescente, attraversata da due file verticali di sei lenti ciascuna; al posto delle orecchie c’erano due fagioli dello stesso materiale, tagliati da tre fessure oblique e parallele chiuse da una fitta retina corallo, simili alle branchie di uno squalo. Una lunga treccia fosforescente verde, gialla e rosa shocking zampillava dalla nuca e precipitava verso il computatore che lampeggiava e ticchettava più del solito. Tonietta sussultò. La nuova appendice sbatteva sui bordi del mobile che le aveva lasciato il suo adorato nonno. Duchessa inclinò la testa, poi uscì dal suo rifugio di malleoli e alzò la coda verso la creatura.
«Il Panottikon! Non ce l’ha ancora nessuno in Europa! Adesso gli farò vedere chi è GYGY67 da Aghirgento.»
Qui mi corre l’obbligo di spiegare a voi compagni di ricognizione da un altro universo, che da queste parti la città della Trinacria è nota per la produzione di aghi d’argento, un tempo monopolio dei regnanti dell’isola, fino alla Seconda Guerra Mondiale (ahimè, scoppiata anche in questa dimensione). In totale, cinque secoli di una dinastia che ha avuto sorti più felici dei continui e burrascosi avvicendamenti occorsi delle vostre parti. Prandello, impegnato a crescere nel lusso della cultura pop anni Ottanta, non aveva mai studiato la storia. Aveva solo sposato la presidentessa onoraria della più grande fabbrica di aghi d’argento, amministrata da quello che era diventato suo cognato. Nel creare contenuti, poi, si limitava a riciclare l’immaginario della golden age filtrato dal marketing di fine secolo, senza attualizzarlo in alcun modo. Laddove, al contrario, Conzolo aveva compiuto studi approfonditi sulla cultura locale pre-dominazione e faceva vibrare corde inconsce, martellandole con simboli arcaici. Come la licantropia di origine araba, nota come ‘il male catubbo’. Prandello si era affidato, piuttosto, alle promesse di ‘Messia Digitale ltd’, acquistando l’ultimo modello del suo prodotto di punta (al prezzo di una cassapanca di due secoli ereditata dal nonno paterno).
«Con questo posso creare contenuti variodimensionali che quello se lo sogna! Ho un’intelligenza artificiale di ottavo livello a completa disposizione, gli faccio vedere io cosa gli combino!»
«Bene» commentò la moglie, mentre guidava l’ago d’argento in un’altra immersione.
«Bene, dice lei, certo! Non si interessa quello che faccio! Lei taglia e cuce, cuce e taglia! Sempre lì, a giudicarmi!” esclamò col dito puntato. Tonietta alzò lo sguardo per un attimo: si accorse, così, che insieme al casco dal pacco erano usciti anche due guanti neri pieni di sensori sul palmo e sotto le dita, piene di altri cavi simili a quelli della testa, che finivano sotto la scrivania. Duchessa abbassò lentamente le palpebre, poi girò il naso verso la porta a due battenti e seguì il profumo che arrivava dalla cucina, sfilando sul tappeto come una diva sul red carpet.
«Pensi che sia un buono a nulla, è questo che pensi? Come lo stronzo da un pentastiliardo di follower, che mi vede come un eterno secondo! Ma non ci vedete bene, no no! Ognuno mi guarda e vede qualcosa che non c’è, mi distorcete l’immagine, vi create il vostro fantoccio-Prandello e ve lo agghindate come più vi aggrada e così non c’è più un Gigio Prandello, ma dieci, cento, mille Gigio Prandello, nessuno uguale a GYGY67! Perché voi non vedete l’originale, che…»
L’ago, estratto con due dita dal tessuto, sfilò davanti al viso, le labbra si aprirono e quattro incisivi tranciarono di netto il filo indaco. Tonietta osservò il suo lavoro. «Il tuo bottone è a posto. Gigio?»
Spostò lo sguardo sull’essere con la testa a palla. Le bolle sulle orecchie pulsavano di una luce bluastra e scariche viola lampeggiavano sempre più rapide lungo la treccia. Poi cambiarono colore, dal verde al giallo e di nuovo al viola. Prandello muoveva le mani nell’aria, ticchettando con le dita grilletti che esistevano solo dentro al Panottikon. Lei prese lo smartphone dalla tasca del cardigan violetto e scattò due foto, una in verticale, l’altra in orizzontale. Rimise in tasca il telefono e ripeté: «Il tuo gilet è pronto.»
«Oh, sì…» mormorò Gigio, «…Adesso ci siamo. Questa non la batte…»
Tonietta si alzò dalla poltrona, lasciò il gilet indaco sul bracciolo e andò in cucina a controllare il ragù che borbottava nella pentola di terracotta. Duchessa osservava le operazioni dal basso. La sua padrona mise a bollire l’acqua per la pasta e quando fu pronta calò una porzione di rigatoni. A tempo debito, spense il fuoco, scolò e mise la pasta in un piatto fondo. Con un mestolo, prelevò una dose di sugo dalla pentola e ce la versò sopra, poi un’altra. La terza andò nella ciotola di Duchessa. Il profumo di carne e pomodoro aveva invaso tutta la casa, ma non era riuscito a passare attraverso il Panottikon. Tonietta mangiò da sola.
Dopocena, Prandello era di buon umore. «Oh, vedrà cosa gli combino! Mi chiama ‘eterno secondo’? Bene! Adesso esiste davvero un Gigio Secondo! La IA del Panottikon ne ha creato uno, una nuova Intelligenza Artificiale on demand. E giù di content creating! Fa i suoi reel da sola, tutti a tema ‘#eterno secondo’. Capisci?…»
«Ti sei spiegato…»
«…Sbeffeggia con ironia lo stereotipo che quello stronzo mannaro mi voleva affibbiare. Ma non finisce qui! L’altra volta mi aveva descritto come inutile idiota e io bahm! Adesso ho pure una IA a tema ‘Gigio-inutile-idiota’ e fa cose da pazzi! Poi c’è ‘Gigio-depresso’, una delle sue prime offese, patetico! Devi vedere che roba, guarda, dai!… Che stai facendo?» La testa argentata puntò i sei occhi di vetro sulla poltrona alle sue spalle.
Tonietta aveva in mano il suo smartphone. «Niente, rispondevo a un’amica.»
«Io ti parlo della mia rivincita e tu scrivi alle amiche! Ma non capisci?! Adesso creerò altre versioni di me, tutte le versioni di me che lui si è inventato e gliele scateno contro! Pensa, centomila Gigio che creano contenuti contro di lui! Quel pentastiliardo lo sfondo io! Anzi, lo sfondano i dieci-mille-centomila me!»
«Hai fame?»
«Chi ha tempo di mangiare!»
Tonietta annuì e accese il televisore. «Ti dà fastidio?» chiese alla schiena del marito.
«Ma quando mai! Adesso attivo la modalità ‘immersione totale’, non sentirò niente!»
Lei guardò un film, con Duchessa accucciata ai suoi piedi. Poi vide il primo episodio di una serie tv, infine spense. Andò nel corridoio della zona notte e girò a sinistra per entrare in bagno. Si struccò, si lavò e indossò il pigiama di seta rosa cipria. Poi andò nella camera da letto di fronte, sollevò il copriletto e si infilò tra le coperte. Calò la mascherina di raso rosa sugli occhi e spense la luce. Duchessa saltò accanto a lei e si accoccolò sul cuscino che era stato di Prandello e che ora era suo, dopo che il legittimo proprietario aveva smesso di onorare gli obblighi legati alla condivisione del talamo nuziale.
Tonietta aprì gli occhi insieme al sole. Indossò la vaporosa vestaglia bordata di pelo e le morbide pantofole in pendant con il pigiama e in quella nuvola di rosa cipria percorse il corridoio. Arrivata in fondo, diede un’occhiata al salotto e poi entrò in cucina per prepararsi il caffè. Moka da una tazza, due biscotti secchi dalla boccia di ceramica e la scatoletta gourmet da svuotare nella ciotola di Duchessa, che si sarebbe svegliata mezz’ora più tardi. Come per la cena, ormai non curava neanche la prima colazione del marito. L’unica cura mattutina era controllare che la massa curva sulla scrivania respirasse ancora. Quando era passata, aveva notato che il nuovo essere tutto sfere e cavi si muoveva. In maniera strana, a scatti, ma non allarmante. Il livello di guardia lei lo aveva tarato sugli spasmi che avevano colto la madre poco prima di esalare l’ultimo respiro, a pochi mesi dal trapasso del marito. Lui era mancato in una gara di auto d’epoca, dalle parti dei giardini della Kolymbetra, durante un sorpasso azzardato, con cui aveva tentato di scippare all’eterno rivale il secondo trofeo consecutivo della Targa Phloryo.
Prandello non sarebbe morto di fame, almeno per un altro giorno. Rassicurata dal vasetto di yogurt vuoto nel lavello e dall’involucro della barretta energetica appallottolato accanto, Tonietta uscì dalla cucina e trovò Duchessa intenta ad osservare l’essere lampeggiante seduto alla scrivania. Prese il suo smartphone e si chinò per inquadrare la sagoma del felino in primo piano e lo sfondo sfocato della scena osservata. Dopo qualche secondo, si alzò, cliccò sul tasto rosso in basso allo schermo e chiamò: «Gigio?»
«Ohi! Incredibile!» sussultò l’essere inquadrato nello schermo, drizzando la schiena e girando le branchie dell’orecchio destro verso di lei. «Adesso le mie IA si sono create delle proprie IA! Avevo lanciato il prompt di imitare il mio comportamento e ognuna ha iniziato a crearsi e gestire delle IA di seconda generazione. E hanno copiato anche l’ultimo comando, quindi le seconde generazioni hanno creato le proprie IA, quindi la terza generazione! In pratica, siamo in cento Gigio a creare contenuti, tutti su di me e le mie varianti e contro quel cornuto di VIKO33! E la gente può connettersi e visitare il mio universo di content creator! Sono virale da ore, se arrivo a ventiquattro di fila, scatta l’effetto moltiplicatore e il contatore BAM! Ahahahaha!»
«Bene.»
«Bene davvero!» esclamò l’essere e tornò a chinarsi sulla scrivania per titillare le creature virtuali con i guanti digitali. Lei gli mise accanto una borraccia con dell’acqua e rimise il telefono in tasca. Duchessa rimase immobile a fissare il marito della sua padrona, mentre lei si preparava per andare alla lezione di yoga. Si mosse per accompagnarla fino all’ingresso e le miagolò un saluto dietro ricompensa di abbondanti carezze sulla testa e lungo la schiena.
L’idea di Gigio stava davvero spopolando, ma non ancora ai livelli che gli avrebbero garantito di bruciare il traguardo ormai sfiorato dal collega e rivale. Il fatto era che, in quell’inedito contenitore di esperienze virtuali, alcuni follower andavano in confusione e cliccavano unfollow, per cui il contatore di GYGY67 saliva e scendeva, sempre sull’orlo del pentastiliardo meno qualcosa. Era virale da ventiquattro ore, eppure VIKO33 manteneva sempre lo stesso margine di vantaggio. E Prandello ci borbottava sopra, sempre più isterico, scagliando per terra tastiere e lampade a led, joypad e joystick e la borraccia dell’acqua. Finché non si trovò di fronte a un enigma diverso.
«Non è possibile!» esclamò saltando in piedi e camminando in tondo quel tanto che la treccia di cavi gli consentiva. Duchessa si alzò dal suo cuscino e andò ad accogliere la padrona, che era appena tornata da yoga.
«Questi sono… non ci credo! Ma li vedi? No, che non li vedi. Tonia? Sei lì?»
Lei prese lo smartphone e puntò la scrivania. «Sì, sono qui.»
«Sta succedendo qualcosa… io, non so… VIKO33 sta perdendo follower ma io non ne sto guadagnando… Ho trentatré gironi di IA, alcune sono me da piccolo o versioni di un me adolescente che non sono mai stato e poi ci sono quelle anziane che lottano con quelle giovani che li trollano e… io dove sono?»
«Sei qui.»
«Come fai a sapere se io sono io o non stai sentendo un altro avatar generato da uno degli avatar delle IA degli avatar delle sue IA che hanno preso il controllo del Panottikon?»
«Tu sei GYGY67, quello che sta accumulando view nel contatore della Fraccanoja. O almeno, quello che li ‘stava’ accumulando.»
«Io… il contatore, quello… sì, io… no… Ecco, i codici univoci: questo è il mio, io sono io e Conzo è Conzo. Ha il suo quasipentastiliardo e io ho… Aspetta! E questo cos’è? Un pentastiliardo e zero uno?! Chi è TONTA71? Puttana!… Che cazzo mette online?… Ma!… quello è il Panottikon, chi è?… Quella è la mia scrivania… Ma sono io!»
Tonietta abbassò il telefono. «Sicuro?»
«Io… il Panottikon… la nostra stanza…»
«Comunque, per offendere una donna si può dire anche ‘stronza’, sai?».
Fu il reel del secolo. Le parole fuori campo sembravano pronunciate da Duchessa, inquadrata in primo piano mentre strizzava lentamente gli occhi verdi con le strettissime pupille verticali. Esplose con gli hashtag #stronzanonputtana e trascinò anche i precedenti contenuti di TONTA72. Fu lei a diventare Fraccanoja Suprema dell’anno. Per la proclamazione, la piattaforma fu costretta ad aggiornare l’algoritmo per aggiungere il titolo al femminile e anche il contatore, per visualizzare un esastiliardo. Tonietta investì il premio per istituire un fondo a copertura delle spese di ricovero del marito. L’ultimo reel con # GYGY67leavenow lo mostrava trascinato in camicia di forza tra due infermieri fino all’ambulanza della Trinacria Rossa. Ai medici che lo visitarono, Prandello raccontò che viveva in molti universi contemporaneamente e in ognuno di essi era perseguitato da canuomini e puttonze.
Dopo aver messo alla porta il marito, Tonietta aveva fatto altrettanto con ogni apparecchio elettronico che affollava la scrivania di suo nonno e aveva fatto rifoderare il ripiano con un nuovo pannello di pelle verde. Ne fece la sua postazione direzionale, perché adesso tutti volevano gli #aghidargentofraccanoja e la presidentessa onoraria doveva tornare in prima linea.
Quella mattina, il terzo giorno dopo il ricovero, mentre stava passando la cera per mobili, Duchessa le scivolò tra le gambe, allontanò la coda dal robot aspirapolvere e zampettò verso la sua cuccia. Si accovacciò sul cuscino, rivolse il naso alla presa elettrica e miagolò: «Rapporto finale missione di contenimento, minaccia eliminata. Miao e chiudo.»
Archiviai il rapporto e feci un sospiro di sollievo. Adesso la domanda “E se fosse vissuto nel terzo millennio?” aveva una risposta: “Avrebbe minacciato il Varioverso”. In questa sede, vi risparmio i dettagli tecnici sul come sarebbe andata se non l’avessimo fermato.
Adesso dovete tornare ognuno e ognuna alle vostre dimensioni, in cui le cose sono andate in tanti altri modi. E cercate di non farvi internare.
Quanto a me, resterò qui a rimuginare su un’altra domanda: “E se mi trovassi un lavoro meno di merda?”