PEZZI DI DADAS XXV

- News Editoria Visual

Hole

AlcoLine – Dadas #4
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Cardinee

Zaffo – Dadas #4

 

UNO
Gia-co! Ecco! Il riverbero delle pareti se l’era già inghiottito, ma l’aveva sentito, ne era sicuro! Giulia? Secondo lei nemmeno stavolta l’aveva chiamato e si limitava ad osservarlo a metà tra compatimento e malcelato timore. Gia-co! E di nuovo era sparito. Senti, è solo la porta che sbatte…
La prima volta che quel lamento doveva aver tagliato in due la polvere nell’aria pensosa dell’appartamento, vibrando tra le cortine dei raggi di qualche giornata di solitudine o tra i segreti di una notte feriale, nessuno se n’era accorto. Le lallazioni di quel mostruoso neonato erano state indistinguibili dalla normale orchestrazione di rumori di fondo dell’interno in zona Portello in cui viveva Giacomo.
Avete mai fatto caso al silenzio? Se lo ascoltate bene vi accorgerete che è tutt’altro che vuoto, anzi, brulica come un formicaio di foni spezzati e depositati senza criterio alle porte del nostro orecchio. Una playlist a riproduzione casuale sempre accesa di trapani, ronzii, latrati, esecuzioni al pianoforte, tremolio di automezzi, notifiche di vari device, voci di borgata. Solo i più allenati o paranoici (caratteristiche che il nostro Giacomo ancora non possedeva) osano districare il filo di questo marasma e distinguerci un messaggio. Eppure la porta del bagno del nostro amico era tutt’altro che arrendevole e in capo a un mese aveva imparato qualche decina di vocaboli: laaa-gnaaa! pru-gnaaa! sieeee-ro! e il più complesso aaaaeeee- ronaaa-uticah! senza che, tuttavia, il padrone di casa si accorgesse di che strani cigolii producesse. Si sa, e potranno confermarvelo fior di divulgatori, preti e social media manager, che bisogna stuzzicare l’ego del ricettore se si vuole ottenere l’attenzione di questa umanità dal cervello imbottito di intrattenimento. Fu così, quindi, che il protagonista di questa storia finì per accorgersi che qualcosa non tornava, ma soltanto quando si sentì chiamare dal secco bisillabo che rimbalzava beffardo nel corridoio dai muri biancastri:
Gia-co!
No Giaco davvero, adesso mi fai paura
Ti dico che l’ho sentita di nuovo, ci riprovo, ascolta
E di nuovo spalancava la vecchia porta di legno sottile e quella, che mai era stata capace di stare aperta né chiusa, girava lentamente sui cardini fino a fermarsi appena prima dello stipite. Gia-co! Il rumore pareva un lamento nasale, qualcuno che chiamasse… ma convincersi che non fosse una pareidolia e che in quelle note sgradevoli ci fosse davvero l’intenzione di comunicare era fuori discussione per la mente rigorosa e funzionale di Giulia. E anche se fosse, quale sarebbe l’utilità di un dato del genere? L’ipotesi non si affacciava neanche sul paesaggio privo di zone selvagge, brutalmente antropizzato che era il suo spirito. Sapeva bene, Giulia, che ammettere questa possibilità non avrebbe portato a nulla di buono e per questo trovava assurdo che la porta parlasse. Per il suo orecchio quei cigolii continuarono a essere nient’altro che allitterazioni senza significato. Il povero Giacomo, invece, non poteva contare su tanta fermezza d’animo: a volte le idee gli infestavano il cervello per settimane senza che potesse impedir loro di stringerlo in corridoi tanto angusti da soffocare… e per fortuna che era un po’ più stupido della media! Si sa, gli stupidi tendono a prendere per buone certe verità che ritengono manifeste soltanto perché le portano avanti animi più estroversi, assertivi e diurni di loro (Giulia, nel suo caso). Tuttavia non dobbiamo dimenticarci che tra la stirpe degli ottusi si annida una certa propensione alla conoscenza illogica e incapace di distinguere l’oggetto dal soggetto – un’attitudine che potremmo rubricare come misticismo – per non parlare di sporadici episodi di saggezza o di paradossali, del tutto incontrollate dal possessore, fulminee intuizioni d’incoscienza. Queste, pur non prescindendo da una serie di considerazioni grossolane, fanno ardere di sinistra genialità chi le esprime. Forse si sentiva così Giacomo, senza capire bene cosa provasse, quando rabbrividiva sganciandosi dal parere comodo di Giulia e tirava e ritirava indietro la porta per ascoltare come, nel lasciare che tornasse verso lo stipite, pronunciasse chiaramente il suo soprannome, quasi se a dirlo fosse la sua fidanzata.
Come se fossi io, ma sentilo… dì, quanto stai fumando ultimamente? Mi avevi detto che non avresti più esagerato.
Ma Giacomo stava bene, era la porta che parlava, quel dannato fascio di travi biancastre. Una parte di Giulia era sinceramente spaventata, non tanto per il fatto in sé, quanto per il modo in cui questo suggestionava la fantasia del suo partner. Vaffanculo, gli passerà! Decise di ignorarlo e di lasciare che la marea dei giorni lavasse via quella strana ossessione. Giacomo più trascorreva il tempo più si convinceva che la porta stesse cercando di mettersi in contatto con lui e presto riuscì a distinguere una ventina di parole. Probabilmente il pensiero di smetterla gli aveva attraversato la mente, forse in più di un momento si era visto come dal di fuori e aveva trovato sinistro il suo passatempo, e chissà quante volte si sarà detto che era meglio ricominciare a mandar curricula invece di starsene ore e ore a far cigolare il cardine, a tendere l’orecchio per decostruirne il rumore, a volerci riconoscere a forza una scansione sillabica, un intento, un messaggio. A dir la verità ogni tanto era pure riuscito ad abbandonarla questa abitudine, ma non poteva certo smettere di varcare la soglia incriminata con cadenza più o meno quotidiana. Non poteva evitare quella barriera di legno che, la si lasciasse andare o la si accompagnasse, gemeva ancora e ancora sempre più suadente, accarezzando la tentazione di una decodifica che riprendeva a scalpitare nel cuore del nostro eroe come in quello di un ragazzino che sta per cliccare sul suo primo video porno. E infatti, quando meno se lo aspettava… Gia-co! Cosssmooogoniah! La porta lo chiamava e gliene faceva sentire una nuova, imparata di fresco. L’ossessione riprendeva, doveva riascoltare la parola, capire se aveva capito, ed era facile che ci perdesse l’intera giornata. Sia chiaro, anche lui comprendeva le implicazioni di ciò che stava iniziando a considerare realtà, e ne era spaventato, tant’è che se si fosse trattata della porta di un’altra stanza a quest’ora si sarebbe trovata in discarica. Purtroppo quella del bagno è fondamentale per una questione di odori e di privacy e, prima che mettesse in atto un piano per sostituirla, Giacomo ne era del tutto stregato.
Il punto di non ritorno giunse quando gli balenò in testa l’ipotesi che i rumori che non riusciva a identificare fossero pronunciati in una lingua diversa dall’italiano. Conosceva solo un po’ di inglese, quindi ripeté per l’ennesima volta l’esperimento tenendo a mente le sonorità di questa lingua. Tirò la maniglia, la lasciò e tese l’orecchio mentre la voce serpeggiava per il corridoio, rimbalzava sui muri e tornava da lui:
It was getting dark and we weren’t there yet.
Sbiancò. Tutto si sarebbe aspettato tranne che di riconoscere un’intera frase di senso compiuto. Cosa diavolo significava? Era un messaggio per lui? Iniziò a perdersi in una foresta di congetture: forse la porta non parlava, ma imitava soltanto le parole che echeggiavano in casa. Forse aveva imitato l’intera frase perché qualcuno l’aveva pronunciata in casa sua, ma quando diavolo sarebbe potuto succedere? Corse al pc, la digitò e tra i risultati uscì un album su Soundcloud che portava, spiccicato, lo stesso titolo – autore irrilevante. Che uno di questi brani si trovasse in una playlist passata distrattamente sulla cassa bluetooth mentre faceva le pulizie? In quel caso la porta avrebbe potuto imparare la frase ascoltandola da lì… eppure Giacomo su Soundcloud non ci era mai entrato in vita sua, senza contare che di questo autore non esisteva traccia sulle altre piattaforme. Prese ad ascoltare tutto l’album e gli vennero i brividi: un’ora e mezza di grida e singulti, di tappeti di sinth e campioni fatti a brandelli, distorti e triturati senza che il suo orecchio potesse cogliere la frase pronunciata dalla porta. L’album suonò in loop per decine di volte, ma niente: il titolo sembrava affibbiato completamente a caso rispetto al contenuto. Questo significava che la frase non poteva essere stata estratta da quel disco infernale… e se provenisse dagli ascolti di Giulia? Quella stessa Giulia che non amava i brani stranieri e avrebbe inserito Eros Ramazzotti tra i più internazionali nel pantheon dei suoi gusti musicali. E se la ragazza si fosse messa a parlare inglese durante la sua assenza, pronunciando la frase? Ma se in inglese sapeva appena ordinare una birra! Poteva chiederlo direttamente a lei, ma convenne con sé stesso che gli faceva meno paura l’idea di una porta capace di intendere e di volere che la reazione della sua dolce metà alla richiesta di soffermarsi su qualcosa che aveva scelto di ignorare. Qualcosa che era capace di togliere il sonno e macinare a sangue le meningi.
Aveva l’impressione che le tende si fossero ingiallite, quanto tempo era passato? Accolta a braccia aperte l’ipotesi peggiore, ovvero quella di un oggetto animatosi improvvisamente, lo sgomento iniziale fu lo scoglio minore da superare. C’erano dilemmi ben più importanti da districare, ad esempio: la porta aveva un pensiero tutto suo e stava cercando di “tradurlo” nel linguaggio umano, oppure imparando il linguaggio umano stava formandosi un pensiero? E ancora: perché chiamava lui e non Giulia e cosa voleva dirgli? Era venuto il momento di rompere la barriera tra l’uomo e l’oggetto, doveva rispondere alla porta, instaurare, se possibile, un dialogo. Si ricordò di quando ancora era su Tinder e dell’imbarazzo davanti a quelle figurine ammiccanti e bidimensionali che, stando all’app, erano interessate a lui. Non sapeva come iniziare un discorso e loro non ci pensavano neanche a farlo al posto suo: dato che era uomo (e con l’aggravante dell’eterosessualità) aveva l’obbligo di mostrarsi sicuro e intraprendente, di conquistarle già in chat come si afferra il trofeo di una gara di pesca, con la differenza che il pesce qui in teoria era consenziente e il pescatore non aveva idea di come usare l’amo. Ogni attacco a cui pensava gli sembrava esagerato, troppo greve, troppo istrionico, quello lo faceva sembrare un pervertito e quell’altro diceva che voleva troppo chiaramente sembrare qualcun altro, sicché finiva sempre per spiccicare un semplice:
Ciao.
Di norma le conversazioni finivano qui. A quanto pare o tutte su Tinder si sentivano Beatrice in cerca di Dante Alighieri o qualcosa in lui trasudava noia, pesantezza e insicurezza, tant’è che era possibile annusare la puzza di seghe mentali da un semplice saluto. La porta però non era un essere umano, forse ci avrebbe abboccato, quindi si fece coraggio, si avvicinò, inspirò, sospirò ellò, tirò la maniglia a sé e la lasciò andare:
Heeeeeellllò!
Uscì di casa così come si trovava. Camminò a lungo, lentamente, scrutando le cime degli alberi con aria assente lungo gli argini dei canali che vanno fuori città. Quando rientrò Giulia non c’era e la porta del bagno era ancora lì come l’aveva lasciata.
Scusami – disse – se sono scappato così, non mi aspettavo proprio che mi rispondessi.
Si interruppe un attimo pensando a chissà cosa, poi le chiese se parlava italiano e tirò la maniglia.
Sì.
Mi capisci quindi?
Sì.
Posso parlare in italiano? Non me la cavo bene con l’inglese.
Sì.
Cosa… chi sei?
“Sono” è un uso distorto e non ri…
Cosa? Ah scusa, devi finire la frase, ecco tiro di nuovo la maniglia.
… non rispondente a verità del verbo essere…
Giacomo si sforzava di capire. Il cardine usava quello strano linguaggio involuto e in più parlava a singhiozzi, perché il ciclo di chiusura della porta terminava ben prima del periodo. Questo fu più o meno ciò che riuscì a cavarne:
Il soggetto è apparenza logico-sintattica. Si può rispondere “sono il cardine”, ma è più corretto “qui c’è il cardine”. Il cardine che mette in atto nel suo meccanismo fonatorio i paradigmi del Verbo. Qui c’è Uno.
Pensavo fossi la porta.
Il cardine gira e fa rumore, non la porta. E come si è spiegato “sono” è un uso non rispondente a verità del verbo essere.
Non chiedermi perché ma pensavo fossi una femmina… quindi se sei il cardine sei… un maschio?
Nel Verbo qui è agito maschio, femmina e qualsiasi altra cosa, ma non c’è maschio, né femmina, né qualsiasi altra cosa, c’è Uno.
Non c’è nemmeno il cardine?
Il cardine suona e si interseca con l’apparenza logico-sintattica denotata come Giaco, ma nessuno qui è se non Uno. Il Verbo prevede il concetto di essere, ma questo in verità non può che applicarsi che al modo infinito. La coscienza-Giaco è un errore logico-sintattico emessa dal corpo umano, basato su un’appropriazione distorta del Verbo. Il cardine produce i foni, la coscienza-Giaco capta in esso i paradigmi di Uno che crede suoi propri, così si illude di essere un soggetto che comunica, dice “io sono” e il suo idioma corrotto perpetua l’illusione e declina in varie persone il Verbo, ma in verità c’è solo Uno. L’apparenza-cardine non si autopercepisce, ma è percepita dall’apparenza-Giaco ed esiste solo in essa.
Non ci capisco niente… Come ti chiami? Un nome almeno ce l’hai?
Il cardine suona, ma ciò con cui si parla non ha nome, è Verbo. Qui c’è messaggio… e anche Giaco è una parola che denota una somma di fenomeni, un messaggio ulteriore, non una realtà rispondente a verità.
Ok… perché parli?
Perché parla la coscienza-Giaco?
Ma scusa, non è una cosa normale che le porte parlino… insomma, mi capisci?
Il linguaggio di cui è composta la coscienza-Giaco è limitato e inquadrato nell’errore del soggetto. Se così non fosse la verità sarebbe manifesta: tutto parla. È la coscienza emessa dal corpo umano che non dovrebbe parlare. Eppure parla.
Questa è buona! Le persone parlano da sempre e gli oggetti stanno zitti, da quanto ne so!
L’illusione del soggetto chiude il corpo umano nel silenzio dei significati, per questo l’apparenza Giaco sostiene che i corpi non umani non parlino. Ma questi parlano, ogni spiraglio della realtà risponde a verità, perché è intriso dei paradigmi logico-sintattici di Uno. Uno è tutto, ma il tutto non è Uno. Tutto parla, tranne, si credeva, il corpo umano che è Nulla, che non può essere Uno e non parla.
Ma che dici, parlo eccome e soprattutto non sento niente!
Il corpo umano non partecipa alle corrispondenze di Uno, è chiuso nell’illusione del soggetto, per questo non sente. Dovrebbe essere inerte, materia vuota. Ma oggi l’apparenza-Giaco è Uno nel messaggio col suono del cardine, parla e sostiene di essere soggetto. Questo è spaventoso. Vuol dire che Uno è anche Nulla. Il corpo umano attraversa i paradigmi di Uno e li distorce, simula il soggetto proprio grazie ad essi, emana coscienza e illusione, si crede Uno, ma non sa cos’è Uno e non lo sente perché è Nulla. Dovrebbe essere un oggetto inanimato, eppure parla.
Mi stai dicendo che per te io sarei un oggetto? Scherzi, tu sei un oggetto!
Il paradosso può avere una soluzione. La coscienza-Giaco forse sta traslandosi in Uno, altrimenti non ci sarebbe l’intersezione col suono del cardine nel messaggio. O è così o la verità è un nonsenso.
Frena, frena… metti pure che tu… Uno, o come ti chiami… metti che sia vero e la mia coscienza falsa. Se la mia coscienza è un’illusione come fa a unirsi al tuo mondo?
Morendo
Giacomo rimase impietrito, più interdetto che spaventato. Ormai si era abituato a quella strana conversazione, ma che una porta, dopo avergli comunicato di essere sempre stato un oggetto inanimato, gli rivelasse pure di essere morto, proprio no, non lo accettava. Era ora di ripulirsi un po’, smettere di fumare, tornare dallo psichiatra, fare un po’ di terapia, era andato ben oltre il limite della sanità mentale e doveva curarsi. Come poteva raccontare a Giulia tutto questo, poi? Lo avrebbe lasciato di sicuro. Qualsiasi cosa ci fosse nella sua mente doveva estirparla. Fece per andarsene e fu allora che se ne accorse.
Non si trovava più davanti alla porta del bagno, ma in un punto della cucina che non seppe riconoscere. Come ci era arrivato? Volle muoversi, ma non si ricordava più come fare. Poteva solo guardare… e quello che aveva davanti era raccapricciante. Oltre la soglia, nel corridoio, riconobbe una figura distesa in prossimità della porta del bagno. Le braccia scheletriche tese in avanti che ancora sembravano trascinarsi sul pavimento, le mani torte e la pelle raggrinzita che iniziava a ritirarsi dalle unghie erano quelle di un morto, e anche il volto, che guardava verso di lui, aveva lo sguardo di un cadavere. Quella faccia gli era familiare, anche se la smorfia di gonfiore e putrefazione, gli occhi lattiginosi e l’assenza di espressività nascondevano i caratteri di qualcuno che non riusciva a riconoscere. Il silenzio dell’appartamento, nel frattempo, si era imbevuto di suoni che non aveva mai sentito. Non erano i soliti rumori che compongono il sottofondo di quel quartiere, erano… parole, discorsi, fitte intermittenze di testo che sembravano esondare da ogni direzione. Il frigorifero inanellava versi di poemi oltremondani su eroi che si adagiavano combattendo negli strati geologici, le pareti scricchiolavano scambiandosi notizie sui topi che avevano rosicchiato i battiscopa del secolo passato e gli uccelli emettevano bollettini sulla brillantezza di qualche stella sperduta nel cielo, mentre le loro piume progettavano l’invasione di questo o quel continente sotto forma di particelle subatomiche. Due uomini intanto si erano avvicinati al cadavere. I raggi solari ricamavano integrali e derivate, le scarpe di due studentesse in strada borbottavano marcette sanguinarie e nel latrato dei cani le onde sonore più lunghe imploravano che a qualcuno o qualcosa fosse concesso un po’ di amore, di comprensione, di sesso. Giacomo avanzò una timida richiesta, un punto interrogativo senza oggetto, non seppe bene neanche lui cosa stesse chiedendo, tanto era confuso. Ecco, ora il tostapane strillava isterici inviti alla gentilezza. Anche il forno blaterava, e il canale, a qualche chilometro da lì, faceva eco agli pneumatici dei veicoli parcheggiati ovunque nel quartiere che narravano di mondi e sensazioni impossibili da riportare nel linguaggio umano. Tutto, tutto aveva qualcosa da dire e non si risparmiava dal comunicarlo. Presto non fu più possibile distinguere una singola voce e il brusio, che in un primo momento poteva sembrare cacofonia, si trasformò in una sfera di risonanza monodiante nelle cui armoniche erano contenuti tutti i suoni possibili, tutti i messaggi e i significati concepibili. Tutti, tranne quelli utili a notare i due uomini che, silenziosi e ignari, caricarono il cadavere su una barella e lo chiusero in un sacco nero, come quello che Giaco usava per mettere la plastica. Quanto a lui, appena il viso dello sconosciuto sparì nel tessuto poliolefinico, non riuscì più a distinguere non solo i due “beccamorto”, ma nessun altro essere umano sulla Terra. Non seppe più cosa fossero e li scambiò per oggetti inanimati. E di più: non ci fu più nessuno che potesse ricordarsi di essere stato Giacomo. Tuttavia, prima che la dissoluzione della sua coscienza si fosse consumata del tutto, un lacerto della vecchia umanità, con lo slancio inutile e disperato che tanto le si addice, emerse stonando con la miriade di voci di quel Tutto che andava inghiottendo la sua esistenza. Qualcuno singhiozzava appena fuori dal portone dell’appartamento, la voce proveniva da oltre il suo campo visivo e parlava con un interlocutore in divisa che poteva scorgere.
Aveva iniziato a non uscire più, a comportarsi strano, non mangiava e ascoltava suoni che sentiva solo lui. La divisa illustrava un po’ la sezione di un fossile di oviraptor, un po’ la geografia di paesaggi che nessuno poteva aver mai nemmeno immaginato, ma la voce umana reggeva ancora il confronto. Io non ne potevo più di aiutarlo, non mi ascoltava, non andava dal medico. L’ho lasciato un mese fa. Poco alla volta il rumore la sovrastò e la sfera di Uno – concessione che potrebbe scambiarsi per compassione – le permise di emettere l’ultimo cenno melodico fuori dal coro, prima di comporsi nell’unica e trionfante nota che chiudeva per sempre l’agone squilibrato delle due sinfonie. Non ha mai risposto ai messaggi. Sono tornata oggi e l’ho trovato così…
Qui c’è Uno.

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