PEZZI DI DADAS XIX

- News Editoria Visual

Stop blasting that punk shit

Sparklehorse – Piano Fire

Lina Ianniti
stop blasting that punk shit

Guadalajara

Flor de Toloache – Guadalajara

Venereo Rocco – Dadas#3

 

T’ho vista a undici anni appoggiata ai graffiti del cancello, in una calda notte di pioggia, con mia madre che mi trascinava via.
Perché non si fumano le sigarette, perché non si entra in quel cancello.

 

 

Espiravi, bagnata in un denim cresciutoti addosso, di spille, di strappi, di spettri di marcatore, ti avevano sparato da una bomboletta; un ghigno sornione guizzava tra le ciocche increspate.
E azzannando il filtro guardasti mia madre e poi me, sbranandomi con le pupille brune, ammiccando con la sigaretta al cielo, cercavi lo sguardo piantato al suolo ma mi trovasti intero.
Le alogene ti ombravano un lato, la pioggia prese a cadere dal basso, bagnandomi il mento mentre sparita tra i battenti mi usciva nel fiato: Guadalajara.

 

Vivevo nel terrore di ritrovarti.

 

Nell’ombra che si allungava sotto il seno delle compagne s’appostavano gli occhi diluiti in un cancello.
Di giorno camminavo rasente i muri, mi trattenevo tra gli spigoli, cercandoti in un safari senza guida le zanne di un sorriso affamato, che la notte m’agguantavano al buio, m’afferravano gli slip come il filtro della sigaretta: lasciavano macchie calde su cui lenta scivolava la mia infanzia.
Adesso, era la tua infanzia.
Io brancolavo.
Scorgevo la tua sagoma nelle griffe che ricoprivano l’intonaco, le gonne delle zingare raccontavano il tuo aroma.
Frizzava sull’asfalto quando smetteva la pioggia, petricòre.
M’aspettava al cancello, al liceo, bramoso e spiazzato: mi ci ritrovai davanti.
I graffiti si erano mangiati la parete, l’acciaio s’intuiva appena sotto gli spray e la schiuma dei manifesti.
All’interno, le alogene illuminavano un mondo che ero troppo piccolo per sospettare, da cui mia madre, sguardo basso, mi avrebbe trascinato via: era il Mondo, affrancato dalla sua stretta, oltre il portone di casa, lontano dai campi da gioco, fuori dal finestrino di una berlina verde bottiglia.
Luci basse ombravano forme impossibili spruzzate da latte di fiumi asfittici, mattoni sbriciolavano nella pioggia, e nell’aspro di fiati alcolici sul gracidare delle casse sfondate tutto refluiva il tuo nome.

 

C’eri, sul palco, uguale a cinque anni prima.
Lo stesso denim a coprirti dall’umido, la sigaretta tra le dita, questa volta, saliva e scendeva all’onda del braccio. Era la tua chitarra.
-Alla buon’ora- dissero i denti, riconoscendomi.
Ricordo i pensieri strozzarsi, il corpo cieco alla luce del tuo viso cantare, cantavi un lamento straniero che le parole non ricordo, me le avevi tolte. Ma cantavi con le viscere esposte, con lo strazio di un paese perduto, il paese che m’apparve dinnanzi insieme al tuo grido: Guadalajara.

 

A sedici anni non hai spazio nel petto per contenere certe visioni.
Sfioravi la folla come un vento levante, i fianchi magnetizzavano le zip. Li afferravamo con gli occhi, le narici, le dita, restava uno spirito che non capivamo.
Ti accontentavi di fare corrente.
E se qualcuno avesse chiesto dov’era finita la cantante, gli avrebbe risposto uno struscio di spezie che diceva “Più in là”.
-Più in là- dissero il denim chiazzato di pioggia, i piedi scalzi sul ghiaino, la tua figura dentro il cancello sparire ancora, ancora via da me, il tuo nome un abbaglio…

 

 

 

Ritrovai quel denim su di una matricola del DAMS in un cinema occupato del centro.
Portava il septum, fumava Virginia, e tra le ombre di un vecchio Prevost rutilanti per la sala, per un istante, sembravi tu.
La scopai col più falso degli amori, con la rabbia di una fame insaziata, che nel bavaglio di sedili sfrangiati urlava un nome: non era il suo.

 

A vent’anni ti beccai a ridere sul lungomare di Finisterre. Con le amiche raccoglievi conchiglie e mordevi una canna; ti avvicinai nel panico.
La spiaggia, travolta dal tuo passaggio, risaliva sulle tue cosce che brillavano alla spuma, e il fragore di onde ghiacciate mi sequestrò alla pioggia di un tempo.
Scoliamoci un pisco, freghiamo un pedalò, naufraghiamo nell’Atlantico infame facciamo l’amore sulla tavola del Titanic. Rotoliamo sulle sabbie antillane tra la vita e la morte ma stretti abbracciati.
Da un arauco con l’agata agli occhi berremo grog e friggeremo banane, e la notte a rubarci la brezza ridendo imbecilli dei morti da vecchi.

 

Ridesti sghemba, sabbia e salato sulle mie labbra, il tuo fiato e la canna; a seccarmi le lacrime in grembo guardando i tuoi denti sparire più in là.
Non eri tu.
Non era tuo il sorriso affamato, o gli occhi bruni di una maga navajo, o i fianchi, i ricci, la voce di un sinti manouche che a Sarajevo
per un attimo
forse

 

 

 

A trent’anni la vita fa il saldo, finiti i cancelli da oltrepassare.
C’è una statale, levigata e incolore, l’orizzonte chiaro, le uscite segnalate.
Una corrente inesausta di carrozze l’attraversa sicura, a lessarsi su sedili termici, a sopirsi di musica stupida, i vetri alzati a lasciar fuori un vento che io, stanco di inseguire, osservavo dal parabrezza di una berlina verde bottiglia.
L’avevo imboccata con freddo entusiasmo, non era altro che un altro più in là.
E ficcato tra le file perpetue al passo stretto di chi sta davanti, non stavo male, non stavo neanche bene, stavo.
Lo chiamavano il Mondo.
Non fu il grido, non fu la tua figura, non furono essenze di strade nascoste. Non conobbi l’istinto che mi fece accostare in una piazzola di sosta un pomeriggio d’agosto, ma è vero, chiamava burrasca, turbini caustici si trascinavano nubi torve, che mi aggrappavano al guard-rail, mi scotolavano l’anima, preludevano al mio respiro l’aria incombente del dopo tempesta, petricore.
Scavalcai il guard-rail, affondai nel suolo già pozzanghera, lasciai indietro la statale.
Attraversai la campagna balordo a predare le labbra che soffiavano quel vento.
Arrivò la pioggia e venne la notte, s’insinuò il fango tra le dita dei piedi, e persi il conto delle albe i tramonti che l’acqua -un sipario- non lasciava scandire.
Ma c’era un lume alla fine del campo, un’alogena intermittente nel nulla.
Solinga, disegnava un mondo ristretto tra i lati storti di un orlo a cono.
Due sedili, una pensilina in lamiera, un metro di provinciale dimenticata dal traffico.
Gli scrosci coprivano il silenzio ma sentii il grido, riverberava.
Piedi di zingara sbucavano dai sedili, sbuffi di fumo e le chiavi di una chitarra, perché la tua chitarra? Perché ti ritrovavo lì, regina smarrita di un orizzonte conico emerso dal buio, crocevia di profughi?
-IO sono l’orizzonte- cantavi beffarda.
Ma non ridevi, piangevi con me.
Condividevamo la pioggia, il dolore di un addio. L’addio che ti seguiva leale, l’addio che cantavi spezzata, per voltarti alla prossima rotta ancora una volta, Guadalajara.

 

Persino il vento, di tempesta in tempesta, trova un momento per riposare.
Sdraiati sui vestiti fradici la pensilina a far da soffitto, le pareti il buio, la casa la fermata di un bus.
A Sermersooq, in Groenlandia, la notte insiste per due stagioni.
A Cherrapunji un giorno di pioggia è andato avanti un anno intero.
Quando non facevamo l’amore, cantavi, e quando non cantavi contavi il grondare dalla lamiera.
Non dicesti nulla, non chiedesti nulla, restai digiuno di qualsivoglia di te: intuivo un passato feroce dalle tre cose che portavi appresso.
Mancò poco a dimenticare il mio nome quando trovai il cuore di raccogliere la tua chitarra.
La girai, cadde una polaroid, una bambina che ti assomigliava.
Una figlia? Una sorella? La piccola Guadalajara prima di essere rapita dal vento? I tuoi occhi mi sorpresero gravi a interrogare la bimba segreta. E la mia bocca, sleale, non deglutì il quesito che la pancia -sapeva- prediva la fine:

 

come ti chiami?

 

Dalle crepe della lamiera un sole affilato mi svegliò.
Ero solo.
Riapparve la provinciale in tutta la sua lunghezza. Il cielo ora terso, la campagna, dilatavano il mondo che riacquistava una forma sferica; all’orizzonte, solo la statale.
Vi tornai con le ossa accartocciate, accecato negli occhi in disuso, il vuoto di un’amputazione recente in un punto indefinito del corpo.
C’era sarcasmo nei fanali della berlina.
Girai la chiave, l’asfalto bagnato pareva limato di fresco.
Com’era facile infilato tra le strisce, com’era comodo il sedile ergonomico, il caldo del radiatore, non c’era mai stato momento migliore per iniziare a fumare, ad averci le sigarette.
Ma le avevo, erano nella tasca del denim.
Il tuo.
Non sospettavo di averlo addosso, non immaginavo l’avessi smesso, le griffe rapprese di fango erano le stesse, le riconoscevo, i bottoni le spille gli strappi dicevano di te, puttana senza cuore ladra di anime di spiriti ingenui. L’anima mia che cominciava a somigliarti, che sull’asfalto non avrebbe mai soffiato, il grido che chiamava il tuo nome ma adesso è il mio, Guadalajara.
Sterzai.

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