PEZZI DI DADAS XVII
Dormiveglia
Alessandro Busi – Dadas#2
“Due persone creano qualcosa di indistinto”
I nomi, D. DeLillo
«Ehi.»
«…»
«Sei sveglio?»
«Mh.»
«Ah, bene.»
«Cosa?»
«Pensavo dormissi.»
«Infatti.»
«Non dire le bugie.»
«Dormivo.»
«Non ti credo. Insomma, ho giusto sussurrato. Quante? Tre lettere.»
«Allora diciamo che ero in dormiveglia.»
«Una delle sensazioni che preferisco.»
«Perché?»
«È uno dei pochi momenti in cui si perde il controllo, ma si ha anche il controllo.»
«Mio zio, quando ero bambino, lasciava il volante dell’auto e guidava con le ginocchia.»
«Mi piace perché si può decidere cosa sognare, anche se non si tratta proprio di sogni.»
«Io non so cosa stavo sognando.»
«Certo che lo sai, solo che non me lo vuoi dire.»
«E perché non dovrei volertelo dire?»
«Non ti scaldare. Pensa, a proposito di cose che non si dicono, che il mio di zio, quando ero preadolescente, mi spiava mentre mi lavavo.»
«Mi stai dando del pedofilo?»
«Sei mio zio?»
«Sono tuo marito.»
«E io sono tua moglie.»
«Per ventidue anni.»
«Da ventitré.»
«Bene, adesso che sappiamo chi siamo, possiamo dormire?»
«Beh, no.»
«No?»
«Se riuscissi a dormire, perché ti avrei svegliato?»
«Allora lo vedi che mi hai svegliato!»
«Non alzare la voce. E stai calmo, stai sdraiato. Lasciami mettere i piedi sotto i tuoi polpacci.»
«Va bene. Quindi?»
«L’altro giorno, sentivo che gli squali non dormono mai del tutto. Che se dormono, muoiono.»
«Non credo sia proprio così.»
«In pratica, possono dormire solo con metà cervello alla volta, quindi devono continuare a muoversi, durante il sonno che non è proprio un sonno, per tenere l’altra metà sveglia. Non è assurdo?»
«E comunque, giusto per fare chiarezza, non mi hanno mai attratto le minorenni. Nemmeno da ragazzino. Mi piacevano le mamme dei miei compagni di classe, fai te.»
«Mi ascolti?»
«Sono quasi sicuro che una mi facesse il filo, ma a me non dava fastidio. Insomma, io avevo diciassette anni, quasi diciotto, lei non arrivava ai quaranta. Si teneva in forma.»
«Mi ascolti?»
«Certo. Solo che, sai, volevo fare un minimo di chiarezza. Insomma, prima mi dai del pedofilo…»
«Non. Ti. Ho. Dato. Del. Pedofilo!»
«No, va bene. Prima mi paragoni a un tuo zio, peraltro uno di cui non mi hai mai parlato in ventidue anni, ma soprassediamo; mi paragoni a tuo zio che ti spiava quando ti lavavi, ma io dovrei prenderla bene e ascoltare le cagate sugli squali.»
«Per quanto fosse una trasmissione generalista, l’ospite era un etologo. Mica il primo che passava di lì.»
«Non era un podcast?»
«Mi sono ricordata che era un programma in televisione. È brutto stare in casa da sola, cosa credi? Si confondono le idee.»
«Mi sembra che tu non voglia capire il punto.»
«Il punto è che mi sento sola, così mi riempio di informazioni; hai visto mai che sapendo come si cucina la pasta all’assassina, come si scrive un memoir, perché Federico secondo era chiamato Stupor mundi, quanti anni ci vogliono affinché una pianta di datteri faccia frutti commestibili, magari quel senso di vuoto scompare.»
«Hai visto mai che paragonandomi a un tuo fantomatico zio dalle abitudini sconce, magari ti rimetti in piedi il senso delle cose?»
«Il punto, mio caro maritino, è che siamo sposati da ventitré anni e, secondo te, io sarei rimasta sposata con un uomo che sospetto sia un pedofilo?»
«…»
«Allora, smettila di arrampicarti sugli specchi e andiamoci per davvero al punto.»
«…»
«Il punto è che io, tua moglie, la donna a cui ti sei promesso nella buona e nella cattiva sorte, non riesco a dormire, da una settimana!»
«Una settimana?»
«Non posso escludere sia un anno.»
«Se confondi le settimane e gli anni, diventi poco attendibile.»
«Anche questo è effetto della solitudine. Però il punto è proprio questo qui, che non mi fido a dormire. Lascia. Stai fermo con le gambe, aspetta. Fermo. Lasciami incastrare i polpacci sotto le ginocchia.»
«Comoda?»
«Adesso sì.»
«Non mi hai mai detto che non dormivi.»
«Possibile che ti devo dire tutto? Non vedi come sono nervosa?»
«Pensavo fosse il ciclo.»
«Mi prendi anche per il culo adesso?»
«Ma no. Non è mica colpa vostra, è una questione di ormoni. Guarda che le so queste cose, non sono un retrogrado come…»
«Sono in menopausa da due anni.»
«Ah, sì, certo, come no.»
«Sei scemo? Credi che stia scherzando? Ma soprattutto, non lo sapevi?»
«Ce ne sono di cose che non so.»
«Non cambiare discorso. Lo sai quanti anni ho?»
«Anche io mi perdo con i conti, con i ricordi. Pensa che non ricordo nemmeno la composizione chimica dell’acqua.»
«Acca due o.»
«Non so i giorni dei mesi.»
«È facile, ascolta: trenta giorni ha novembre, con aprile, giugno e settembre, di ventotto ce n’è uno…»
«Non so che giorno era il giorno che sono nato. Tu lo sai?»
«…»
«Ecco, vedi? Pensa quante cose non sappiamo.»
«Sì, ma noi. Io. Insomma, la mia menopausa. Siamo noi, per dio.»
«Questo lo capisco.»
«Non distinguo se fa freddo, o se sei tu che mi fai venire i brividi. Ho una brutta sensazione.»
«Non ti allontanare. Vieni qui. Ecco, così, facciamo come se avessimo la stessa forma. Spiegami.»
«Mi sa che non ho voglia di parlarne.»
«Non ci sente nessuno. Siamo io e te. La porta della camera è chiusa, le tapparelle abbassate, il telefono in modalità aereo, la luce è spenta. C’è così buio…»
«Va bene. Da qualche tempo ho una sensazione… come dire. Ho la sensazione che stiamo svanendo.»
«Spiegami meglio, ti ascolto.»
«Appunto.»
«Non vuoi che ti ascolti?»
«Il punto è che mi ascolti solo perché ho detto qualcosa che ti ha fatto paura.»
«Hai tutta la mia attenzione. Dimmi della dissoluzione.»
«Per favore, non mi va. E smettila di stringermi. Lasciami!»
«Ehi, non ti scaldare. Era solo un abbraccio.»
«Certo, era un abbraccio. Va bene.»
«Sai che i biscotti che si chiamano così, questo me lo ricordo, li inventò un pasticcere famosissimo di Brescia?»
«Mi fanno male le costole per il tuo “abbraccio”.»
«Non penso mai che dietro ai prodotti ci sono delle persone che li inventano. Non so cosa immagino, forse che nascano come la frutta.»
«Mi fa male anche la cervicale, vedrai che domani mi sveglio con l’emicrania. Grazie al tuo “abbraccio”.»
«Ti immagini? Alberi di tostapane, cespugli di pastiglie anticalcare per lavatrice, smartphone da dissotterrare come tuberi.»
«Sono un catorcio. Dovresti buttarmi dai robivecchi.»
«Se fossi una scarpa, ti farei risuolare.»
«Ancora a prendermi in giro.»
«Dimmi come si fa ad aprirti, così ti cambio il toner, l’olio del motore, i dischi delle caviglie.»
«Basta, mi fai il solletico!»
«Che dice, signorina, diamo una controllata alla carrozzeria?»
«Dai, scemo.»
«…»
«…»
«Oddio che ridere.»
«Ecco. Stai sdraiato, fermo; mi avvicino io. Metti la testa qui. Bravo.»
«Mi dispiace non aver capito della menopausa.»
«Non è assurdo che non ne abbiamo mai parlato? Abbiamo avuto un anno intero.»
«Ci stavamo già dissolvendo?»
«Spesso penso che vivere assieme sia come una spirale, si può percorrere verso il centro, oppure verso l’esterno.»
«Forza centripeta e…»
«Non iniziare a fare il maestrino.»
«Ok, scusa.»
«Adesso ho paura che noi siamo centrifughi.»
«Piantagioni di lavatrici.»
«Vorrei tanto fermare il cestello. Non fa niente se rimane dentro l’acqua. Vorrei si bloccasse il sistema di apertura.»
«È per questo che non riesci a dormire?»
«Ho paura che, appena mi addormento, sfrutti il mio sonno pesante e sgattaioli via e non torni più.»
«Ma se ti faccio risuolare, poi ti posso indossare, no?»
«Sono preoccupata.»
«Per noi?»
«Vorrei sapere cosa pensi. Se vuoi ancora stare insieme.»
«Ma sei matta?»
«Allora dimmi cosa pensi.»
«Non è facile. I pensieri sono così tanti.»
«Parti da uno.»
«Uno qualsiasi.»
«Uno qualsiasi.»
«Penso che non sono un pedofilo.»
«Vabbè.»
«Penso che… è un peccato vivere una volta sola.»
«…»
«Penso che certi giorni vorrei non tornare a casa.»
«Ecco.»
«Ma poi alzo la musica in macchina e torno sempre.»
«Che musica?»
«I Joy Division, anche i Massive Attack.»
«Solo due?»
«I Motorpsycho, i Blonde Redhead.»
«I Portishead?»
«Certo, anche loro. Tu?»
«Che c’entro io?»
«Anche io voglio sapere cosa pensi. Anche tu potresti sgattaiolare, anche io dovrei evitare di prendere sonno.»
«A volte penso che vorrei non averti mai incontrato. Vedere cosa ne sarebbe stato di me, se avrei avuto figli, se sarei diventata una presentatrice del telegiornale, se avrei fatto la travelblogger, la podcaster di scandali politici.»
«Ti dispiace?»
«Avrei raccontato il Watergate, le amanti di Mussolini, magari qualche sconcezza anche su Camillo Benso conte di Cavour, o su Gramsci, Matteotti. Vuoi che non ne avessero?»
«È un peccato che tu non abbia voluto continuare gli studi.»
«A volte la nostra vita mi delude. Poi, mi dico che non è la nostra vita, è la sua finitezza, il tempo andato che è andato. E poi non è la nostra, è la mia.»
«Ed è un peccato sprecare altro tempo dormendo, giusto?»
«Che sia per questo.»
«Potrebbe essere. Sentivo che in tanti vivono lunghi periodi di insonnia dopo degli eventi traumatici.»
«Disturbo post traumatico da stress.»
«PTSD.»
«Non escludo di non essermi mai ripresa.»
«Leggevo la storia di un soldato americano che raccontava di non aver dormito per sei mesi, una volta tornato dall’Afghanistan. Aveva un incubo ricorrente, non ricordo quale fosse.»
«Io sentivo di quelli che vivono sotto al ponte di Genova, quello che è crollato. Anche lì dicono che gli ansiolitici vadano via come le caramelle.»
«A te non li ha prescritti il medico?»
«Sì, Minias al bisogno.»
«E basta?»
«E poi ha detto di andare in terapia.»
«Ma non ci vai.»
«Non ci vado, no. Quante cose scopri di me ora che parliamo. Sono in menopausa e non vado in terapia.»
«Avrei messo la mano sul fuoco che ci andavi.»
«Come?»
«Va bene, maestra: avrei messo la mano sul fuoco che ci saresti andata.»
«Potrei permettermelo.»
«Mi stai ringraziando?»
«Non mi toccare, mi fa ancora male dove mi hai graffiato prima. È una bruciatura di sigaretta questa?»
«Non sono stato io.»
«Chi fuma di noi due?»
«Ma se ho smesso!»
«Seeeee, come no! E io sono Napoleone.»
«Signor Napoleone, piacere di conoscerla. Le comunico che può usare i soldi che ho risparmiato di sigarette da quando ho smesso per andare in terapia. Così, magari, mi lascia in pace.»
«Sei ancora capace di farmi ridere.»
«La comicità è una questione di tempi.»
«Tempi vivi.»
«Tempi morti.»
«Tempi sospesi.»
«Tempi di incubi ricorrenti.»
«Tempi in allerta.»
«Tempi che stavo riposando e mi hai svegliato.»
«Mi dici a chi pensavi?»
«Quando?»
«Quando hai fatto l’incidente.»
«Quando sono morto.»
«Se proprio vuoi essere esplicito.»
«Non vuoi saperlo.»
«Lo vedi che avevo ragione! Lo sapevo che c’era un’altra. Guarda, me lo sentivo. Da mesi!»
«Stai volando via.»
«Ecco perché non ti eri accorto che ero in menopausa. Come si chiamava? Scommetto che aveva uno di quei nomi tipo Jennifer, o Monica.»
«La prima puntata del tuo podcast avresti potuto dedicarla a Monica Lewinsky.»
«Ora sei tu che stai volando via. Torna all’incidente. Cosa pensavi?»
«Pensavo al fatto che avrei voluto prendere del pollo arrosto da mangiare a cena.»
«Non mi dire le bugie.»
«Ma, siccome era un periodo che stavo ingrassando, allora forse era meglio evitare.»
«È vero! La tua crisi di mezza età. Ti vedevi grasso, facevi gli esercizi dei video online. Avevi anche comprato le corde per saltare. Le ho tolte io dalla confezione. Erano intonse.»
«Insomma, non volevo invecchiare come quelli che li vedi e dici, madonna, dimostra dieci anni in più di quelli che ha.»
«Che raccontaballe. Sai cosa credo? Che ci fosse la tua signorina Jennifermonica su cui volevi fare colpo. Dimmi come si chiama, dai, non mi arrabbio.»
«Stai sparando a vuoto.»
«Era per lei che non volevi più fare l’amore?»
«Che poi, a pensarci ora, chi l’ha detto che non bisogna dimostrare di più dell’età che si ha? E chi decide quale è il fisico conforme all’età anagrafica. Come sarebbe il fisico di un quarantenne, o di una trentenne?»
«Dimmelo tu come era il fisico della venticinquenne che ti scopavi. Di certo aveva le tette grosse. Ti conosco.»
«Vuoi che ti dica che ti stavo tradendo? Va bene, è vero. Però non è vero.»
«E allora cosa stavi facendo?»
«Te l’ho detto! Guidavo dal lavoro a casa, ragionavo se fermarmi da Paolino Il Re Del Pollo a comprare, appunto, il pollo!»
«Ma non è possibile. Non si può.»
«Eh, è arrivata, quella dei romanzi.»
«Non è questione di romanzi, è questione di senso.»
«Le storie: inizia a piovere, lui sta scopando con l’amante, sono in auto, nel parcheggio di un supermercato dismesso, la pioggia aumenta, si rompe il preservativo, ma loro non se ne accorgono, lui viene, non si accorgono nemmeno dei rapinatori, i rapinatori spaccano il finestrino, li minacciano, hanno qualcosa in mano ma loro non capiscono cosa, li derubano, lui, nudo salta fuori dalla macchina e gli si lancia contro, la pioggia è un uragano, uno dei due rapinatori gli tira una martellata in testa, ecco cosa aveva in mano, lui cade dritto a terra, loro scappano, lei corre da lui, si abbassa, ha freddo, si rende conto di essere nuda a sua volta, torna in auto, si riveste, anche lei scappa, lui muore da solo nel parcheggio del supermercato abbandonato.»
«Ehm, conosci il significato della parola iperbolico?»
«Le storie: lui sta mandando un messaggio sconcio all’amante, non si accorge di una signora che attraversa, la vede all’ultimo, sterza, va a sbattere contro il guardrail, muore sul colpo.»
«Per esempio, sì. Qualcosa che dia senso.»
«Qualcosa per cui il caso non succeda per caso.»
«Lo capisci che è assurdo che tu pensassi al pollo? Che non ci fosse un segnale, un avvertimento.»
«Magari il camionista che mi ha investito stava tradendo la moglie.»
«Vorrei essere credente.»
«Vorrei abbonarmi al tuo podcast.»
«Te la ricordi Flavia? Lei dice che è successo per via delle energie di non so cosa. Non la ascolto quando inizia con queste solfe. Le tirerei una sberla. Ma a una certa età, hai le amiche che ti ritrovi.»
«Con Flavia ci sarei andato.»
«Smettila.»
«Giuro.»
«Non era il tuo tipo.»
«Te lo facevo credere, per non insospettirti.»
«Come adesso mi vuoi far… mi vuoi rasserenare.»
«Macché.»
«Guarda che mi manchi lo stesso, con o senza Flavia, mi mancheresti anche se fossi stato un pedofilo.»
«Non ricominciare con questa storia.»
«Va bene. Scusami.»
«Vuoi usare le corde?»
Lei annuisce.
«Prima le gocce.»
Ne lascia cadere venti nel bicchiere, le beve senza acqua.
«Io sto qui fermo, fai tutto tu.»
Fa aderire il cuscino che usava lui al proprio petto, alla pancia, fin sotto il collo. Alza le gambe e lo abbraccia con le cosce. Prende la corda verde e si lega le caviglie.
«È proprio nuova.»
Srotola la corda blu. Unisce i polsi tenendo i gomiti stretti come a soffocare il cuscino. Riesce a legarli, si aiuta con i denti.
«Stringi bene, brava. Non lasciarmi sgattaiolare via.»
Espira un sibilo leggero.
«Sembri un capretto a cui hanno legato le zampe per il trasporto verso un posto in cui non vuole andare.»
Sorride. Bacia la federa azzurra. E si addormenta.